Epilogo
Un colpo secco poco distante attirò la sua attenzione. Si rigirò sotto la coperta tiepida, era distesa su una superficie rigida ed era intrappolata in un torpore che sembrava durare da secoli. Laura aprì gli occhi e vide il pavimento di paglia intrecciata. Era in una strana casa senza muri. Guardò più in là e vide un giardino delimitato da un muretto bianco. Nella porzione di giardino che vedeva c’era uno stagno e una canna di bambù in bilico sotto una cascatella. La canna si riempiva, s’inclinava, l’acqua scivolava via e stunc, la canna colpiva un sasso. Nell’aria c’era un forte odore di tè misto al profumo inconfondibile di Gretchen.
«È molto bello qui», disse Gretchen inginocchiandosi al suo fianco.
«Dove siamo?»
«Dall’altra parte del mondo».
«Cosa è successo?»
«È una storia lunga».
«Se permettete, posso raccontarla io», s’intromise un uomo facendo capolino dal giardino. «Vi ricordate di me?»
«No», rispose Laura.
«Come no?» disse deluso l’uomo. «Be’, non importa. Sono il dottor Martin Hesselius e questo Paese si chiama Giappone».
«Lo devo uccidere?» domandò Laura a Gretchen.
«Purtroppo non si può», rispose lei divertita. «È stato lui a salvarci».
«Per conto del governo britannico», spiegò Hesselius. «Voi avete fatto parte, senza saperlo, di una operazione segreta orchestrata con l’aiuto dell’imperatore Franz Bonaparte. L’interesse della Nazione che rappresento era eliminare Napoleone dall’Europa e riportare la pace sul Vecchio Continente».
«Ci siete riusciti?» chiese Laura.
«Naturalmente sì. Ora la Francia è sotto il controllo di un senato repubblicano ben più ragionevole di Napoleone e l’Europa dell’est è amministrata dall’imperatore Bonaparte. Morale della storia, nel Vecchio Continente il Regno Unito è libero di commerciare con chi vuole». Leggi il resto di questo articolo »
XXXI – Il nuovo protocollo
I ribelli austriaci si erano raggruppati nel corridoio che, stando alle mappe, correva sotto l’abside della cattedrale di Santo Stefano. L’altare era vuoto al suo interno e Matska ci infilò la testa, allungò il braccio destro verso il basso, cercò nel vuoto finché afferrò la giacca di Leroux e lo tirò con sé nel vano.
«Quella», disse Matska indicando la sciabola di Leroux che le premeva contro il sedere. «Tienila al suo posto».
Leroux trafficò con la dragona e alla fine, abbracciò il fodero che scappava da tutte le parti. I ribelli, rischiando parecchio, erano riusciti a recuperare la sua sciabola dalle cose che aveva abbandonato all’albergo di Matzleinsdorferplatz. Era una cosa stupida da farsi, ma l’avevano voluta fare a tutti i costi.
«Non voglio sprecare le nostre», aveva detto il colonnello Ablinger consegnandogliela. «L’idea di dare una lama austroungarica a un francese mi ripugna».
«Grazie».
«Certo, non mi spiacerebbe se la usaste per ammazzare un Bonaparte a vostra scelta. E qui invece c’è quello che mi avete chiesto. Siete sicuro di saperla usare?»
«Imparo in fretta», aveva risposto Pascal.
Matska stava sudando, aveva appoggiato i palmi delle mani al marmo dell’altare e lui vide chiaramente che tremavano. C’era una fessura nell’altare che permetteva di guardare l’interno della cattedrale, ma era troppo piccola per entrambi, bisognava sbirciare a turno ma Matska preferiva riservarsi in esclusiva lo spioncino.
«Che succede?» domandò Leroux cercando di spostarla per sbirciare.
«È ammanettata», rispose Matska dandogli una spallata. «L’arcivescovo li sta sposando».
L’odore d’incenso era insopportabile, gli invitati al matrimonio stavano cantando accompagnati da un’orchestra un inno lugubre. Le chiese non gli piacevano, le aveva sempre considerate succursali dei cimiteri.
Sentì borbottare sotto di sé i vampiri e i soldati austriaci.
«Perché non li aggrediamo e basta?» domandò Leroux.
«Zitto».
«Stiamo seguendo il piano d’attacco più stupido della storia». Leggi il resto di questo articolo »
XXX – La sposa vampiro
Il pesante portone dello Stephansdom si aprì davanti a lei. La marcia nuziale risuonò come un requiem tra le alte navate della cattedrale. In passato Carmilla era stata molte volte in quella chiesa, ma mai vestita da sposa. Gli occhi dei presenti si puntarono su di lei e non fu una sensazione piacevole. Certo la curiosità era comprensibile: una sposa ammanettata non si era mai vista, e che dire di una sposa morta da più di un secolo?
Un tuono scoppiò alle sue spalle e azzittì l’organo della cattedrale. Carmilla si voltò incuriosita e vide, assiepati sulla Stephansplatz, centinaia di viennesi muti e vestiti a lutto. I soldati francesi, che avevano formato davanti a loro un lungo cordone di sicurezza, li tenevano a bada con i fucili spianati. Era un’immagine insolita, in tanti decenni non le era mai successo di vedere gli austriaci, così fieri e arroganti, ridotti in schiavitù e umiliati a quel modo.
Forse era vero, forse il mondo era cambiato.
Il portone dello Stephansdom si chiuse dietro di lei.
Alla sua destra c’era Franz Bonaparte, la teneva sottobraccio, la scortava lui all’altare. Quello, nell’ordine naturale delle cose, sarebbe stato di diritto il posto di Matska. Odiava doverlo ammettere persino a se stessa, ma le mancava molto, era preoccupatissima per quel che le poteva essere capitato.
«Noi non potremmo stare in una chiesa», disse Carmilla avanzando tra i banchi della cattedrale: a quel punto qualsiasi scusa per non procedere le sarebbe andata bene. «E se il buon dio ci vede e ci riduce in cenere? Siamo pur sempre vampiri».
«Mai incontrato questo “buon dio”», rispose Franz tra i denti. «Adesso, se ti riesce, smettila di trascinare i piedi e cammina come una vera principessa. Vorrei tornare a casa per cena».
Franz aveva addosso delle babbucce, una dalmatica bianca, un mantello rosso decorato con il filo d’oro e indossava dei guanti da checca. Sembrava il cadavere di un cicisbeo della corte bizantina.
«Be’», bisbigliò lui. «Che hai da guardare?»
«Sei ridicolo».
«Sono vestito da Sacro Romano Imperatore». Leggi il resto di questo articolo »

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