Archivi per la categoria ‘Capitoli’
VIII – Lo scambio
Il fiacre ondeggiava docile e pigro lungo i marciapiedi di una Vienna grigia, ieratica e monumentale. La carrozza seguiva sul selciato l’ancheggiare sinuoso del Donau, di un blu cupo in quel tardo, indaffarato pomeriggio primaverile.
Accomodatasi con piglio autoritario in modo da occupare l’intero sedile con l’ampia gonna di taffetà nero, Matska sorrideva compiaciuta e beffarda all’indirizzo di Spielsdorf. Teneva le mani appoggiate sul pomolo di un piccolo ombrello da passeggio e di quando in quando batteva col puntale sul fondo della carrozza per sottolineare qualche sua asserzione.
«La ragionevolezza porta sempre molto lontano, Generale – disse la dama guardando di sottecchi il suo accompagnatore. – E, in affari, ripaga di più un briciolo di buon senso che mille alzate di testa. Ah, ah, ah…»
Per un lungo tratto la risata gutturale fece sussultare le spalle della donna almeno quanto le oscillazioni della carrozza. La nobildonna aveva accompagnato le sue risa sardoniche con piccoli colpetti alla cappelliera da viaggio appoggiata al suo fianco. Teneva a portata di mano l’oggetto dal momento stesso in cui si era ripresentata come una furia nello studio di Spielsdorf: aveva fretta di agire, bisognava incontrare Vordenburg subito. Perché? Non aveva mostrato il benché minimo dubbio riguardo la propria capacità di stanare, con modi bruschi e risoluti, la vecchia gloria militare. Era riuscita a farsi seguire con fare perentorio. «Voi mi servite, sarete il mio lasciapassare – aveva spiegato Matska –, di voi non ha paura e vi riceverà senza problemi. Questo è un ordine, se vi rifiutate il nostro accordo salta». Leggi il resto di questo articolo »
VII – La coda di Carmilla
Ai lati della banchina su cui Carmilla si era risvegliata giacevano binari desolati, l’incisione sulle traversine diceva “LIMBVS” e nient’altro. La stessa dicitura era ripetuta sui cartelli appesi alla travatura reticolare, tamponata con ampi lucernari, che costituiva il tetto della stazione. Dai finestroni impolverati entrava una luce fioca che non bastava a illuminare la serie infinita di binari che andavano e venivano tutti dal medesimo posto, il Limbus.
Viti, travi, bulloni, tutti gli elementi strutturali avevano proporzioni gigantesche. La stazione sembrava adatta a creature molto ingombranti, ma la possibilità che questi titanici visitatori costituissero una minaccia era per Carmilla del tutto priva di interesse. Solo il silenzio le era insopportabile, così vibrante da farle ronzare le orecchie: le suggeriva l’idea ferale di essere sola.
Per distrarsi, esaminò da capo il suo bizzarro abbigliamento. Diversi giri di bende di lino grezzo l’avvolgevano fino al mento; fatta eccezione per la testa, nessuna parte del suo corpo era esposta alla luce. Dalle fasciature di braccia e gambe pendevano come infule i lunghi lembi di quel misterioso bendaggio che non si poteva rimuovere né tirando, né strappando. Carmilla, come tutti gli ospiti del Limbus, si era risvegliata in quelle condizioni. Non ricordava tutto quello che avrebbe dovuto su quel luogo, ma sapeva che per finirci bisognava morire. Sforzandosi, riusciva persino a evocare i particolari della sua esecuzione: sovrappensiero si accarezzò la gola e si sfiorò il petto.
La prassi prevedeva che fosse il tutore a spiegare al proprio vampiro cosa fosse il Limbus. Quest’impostazione scolastica del protocollo Zaide faceva sorridere, ma funzionava. Matska – come tutrice di Carmilla – aveva illustrato più volte alla propria allieva il Limbus e molte altre cose. Approfittava di ogni momento di tranquillità per tentare di formare, con l’aiuto di Kampa, l’indisciplinata ragazza. Carmilla non si impegnava in nulla se non nel disturbare le lezioni: fingeva languori, declamava poesie sconce su donne dai capelli bianchi, cantava canzonacce da taverna, sorrideva ambigua alla sua insegnante e molto altro ancora. Tutto pur di vincere l’olimpico distacco di Matska, che conosceva bene le sue finzioni (molte gliele aveva insegnate lei) e raramente si lasciava ingannare. Leggi il resto di questo articolo »
VI – Il progresso della Scienza

Il Wiener Zeitung, oltre alle false notizie di vittorie contro Napoleone, riportava la storia di un diplomatico svizzero suicidatosi nel Danubio: sul suo corpo c’erano segni di numerose percosse. Un’altra sordida storia viennese, stigmatizzò il dottor Hesselius gettando il giornale sul sedile della carrozza. Un’occhiata al panorama notturno di Vienna oltre il finestrino non lo tranquillizzò, considerava quella città la sentina di ogni vizio. I due cavalli del fiacre imboccarono la Kärntnerstrasse: il palazzo del barone Vordenburg era all’incrocio con Johannesgasse.
Il pensiero di quell’uomo gli ricordò il sogno che aveva fatto la notte precedente. C’era la dublinese coi suoi bellissimi capelli rossi: era nuda e inginocchiata davanti a Vordenburg, aveva la schiena imbrattata di sangue. Fissava il barone (Hesselius non lo vedeva in volto, ma era certo che si trattasse di lui) con un’intensità ambigua che poteva essere sia odio che desiderio. Di quel sogno gli era rimasto quel frammento e la sensazione di essere stato tradito con uno degli uomini che disprezzava di più. Benché si trattasse solo di un sogno (e nonostante lui e la dublinese non avessero una vera e propria relazione), Hesselius, senza rendersene conto, cominciò a covare il desiderio di vendicarsi.
Su una casa di Kärntnerstrasse qualcuno aveva scritto Finis Austriæ.
All’ingresso del palazzo di Vordenburg l’attendeva una governante giovanissima, quasi una bambina: gli aprì la porta e lo fece accomodare. Lo pregò di attendere mentre informava il barone della sua presenza. Hesselius la trovava troppo giovane per servire un uomo come Vordenburg che, di sicuro, l’aveva assunta con orrendi propositi. Il barone venne ad accoglierlo accompagnato dalla domestica: era vestito per uscire e puzzava di alcol. I due uomini si scambiarono i saluti di rito. «Andrea – disse il barone con spudorata familiarità alla ragazza –, portate il cappotto al dottore: usciamo subito». La ragazza obbedì svelta e, porgendo cappotto e cilindro a Hesselius, lo fissò con un’espressione indecifrabile. Hesselius era certo che, con quello sguardo, voleva rivelargli un indicibile segreto. Il dottore – che, senza alcuna ragione, temeva gli effetti del proprio fascino sulle donne – si impose cautela. Non gradiva gli scandali e, per dirla tutta, le donne lo attraevano e terrorizzavano allo stesso tempo. «Andiamo?» Intervenne Vordenburg interrompendo quel gioco di sguardi. In strada li attendeva la carrozza del barone; una volta a bordo, Vordenburg chiese al dottore cosa ne pensasse della domestica. «Si stanca troppo facilmente per i miei gusti». Disse il barone ed Hesselius faticò a scacciare l’immagine del volto delicato di Andrea stravolto dall’estasi. E se avesse usato lei come strumento della sua vendetta? Sarebbe bastato per umiliare Vordenburg?
«Vi porto in uno dei luoghi più incantevoli di Vienna». L’alito del barone puzzava di vino.
«Siete ubriaco fradicio, Vordenburg. Gradirei non ripetere l’esperienza della mia ultima visita: sono qui per affari».
«Che colpa ne ho io se è intervenuta la polizia? La mia regola è: prima il piacere, poi il dovere. Non faccio eccezioni per nessuno, neppure per gli amici come voi». Il barone prese un bauletto che teneva sotto il sedile e lo aprì: conteneva diverse bottiglie di Riesling, due tabarri, due tricorni e un paio di maschere color latte. «Prendete, indossateli». Disse porgendo tabarro, tricorno e maschera a Hesselius: poi si attaccò a una bottiglia.
«Perché vi riducete così? Voi siete uno stimato nobiluomo». Lo blandì il dottore tentando di dissuaderlo dai suoi misteriosi e terrificanti disegni. Leggi il resto di questo articolo »
V La Dama del Bosco
L’erba tiepida di sole solleticava debolmente le sue guance e il suo naso. Aveva giocato tutto il pomeriggio, poi, stremata, si era accoccolata ai piedi di quella quercia abbattuta. I germogli nati dal ceppo parevano infinite braccia scheletriche volte a carpire la giovane in un abbraccio infernale.
Ma lei era così stanca che il sonno l’aveva sopraffatta proprio lì, nel boschetto.
Non aveva avuto modo né tempo per tornare a “casa”, quella volta.
Avrebbe dovuto usare maggiore cautela, pensò.
Quella sera doveva ricordarsi di prendere la strada che portava al cimitero.
Quando non cacciava, come in quei giorni, la fanciulla occupava il suo tempo in giri solitari e pensosi, canticchiando tristi melodie riempiva il silenzio spettrale delle prime ore dell’alba e di quelle all’imbrunire. Si aggirava passeggiando per il bosco, spiava la vita dei piccoli animali che lo abitavano. Essi però fuggivano intimoriti la sua presenza, più ancora di quanto fuggissero quella degli esseri umani. Così almeno le era sembrato. Quando non trovava di meglio, allora, si perdeva nella contemplazione di lunghe file di indaffarate formiche o di laboriosi ragni.
Quando non era a caccia, il tempo era un bene abbondante che poteva scialacquare con regale prodigalità. Solitamente, lo utilizzava occupandosi del proprio aspetto.
Non voleva rinunciare alla sua bellezza. Amava gli ornamenti e i gioielli, in giorni ormai lontani era solita ammirarne il fulgore e la magnificenza. Ma erano ricordi di un’altra vita. Anche ora se ne adornava con voluttà e compiacimento, solo, non erano più gli stessi di un tempo. Aveva monili di gusci vuoti di nocciole, spaccate con una pietra e bucate con perizia. Conservava in un tronco cavo ogni suo tesoro, collane di piccole bacche rugose, diademi di lucenti ciottoli di fiume, posticci di paglia intrecciata con profumate erbe di campo, pungenti ricci selvatici per guarnire la sua chioma, folta come la criniera di un destriero destinato a rimanere indomito e selvaggio. Leggi il resto di questo articolo »
IV L’istinto del vampiro
Per Bertha si era trattato di un incubo osservato con distacco. La lucidità andava e veniva a ondate con i ricordi più violenti: il dolore al collo, il freddo alle dita di mani e piedi, la fitta al petto, l’estrema unzione, il coperchio della bara che veniva sigillato e, infine, il tonfo della terra con cui l’avevano ricoperta. Poi nient’altro che buio e silenzio.
«Millarca». Bisbigliava Bertha con gli occhi spalancati a fissare l’oscurità. Non c’era aria sottoterra, solo l’odore delle camelie appassite. Leggi il resto di questo articolo »
III – Il ricatto
Era prima mattina, nonostante ciò i tendaggi pesanti restavano tirati. Il generale Spielsdorf guardava, col cuore contratto in uno spasmo, la lucida spianata del pesante tavolo di mogano. I confini dell’impero dell’aquila a due teste erano srotolati sul ripiano occupando quasi tutto lo spazio a disposizione. Un pesante fermacarte di cristallo di Boemia teneva saldamente la posizione nell’angolo in alto a destra. Leggi il resto di questo articolo »
II – Io comando l’inferno
Il paesaggio mutava sempre. A volte era un deserto soffocante, un ponte, un bosco, una forra in cui transitare in fila indiana oppure (la sua preferita) una distesa infinita di neve farinosa. Eppure – nonostante le inevitabili variazioni sul tema – c’era una costante comune a tutti i campi di battaglia. Napoleone Bonaparte la cercava senza successo da più di cento anni, era la sua ossessione.
L’imperatore osservava incuriosito lo scenario bellico: una pianura ondulata, chiazzata d’erba fresca e odorosa, delimitata da un bosco di conifere sulla destra e da basse colline coltivate a vite sulla sinistra. Il bosco si estendeva per diversi chilometri fino ad arrivare alle montagne che si intravedevano in lontananza. Non si sentiva un alito di vento, per la sua fanteria quella era la condizione ideale.
«Disponete l’artiglieria meccanizzata sulla sinistra – disse Napoleone accarezzando il cavallo su cui era appollaiato –, sopra quella collina».
«Ma imperatore, così la nostra fanteria sarà sotto tiro».
«Eseguite». Rispose laconico Napoleone infagottato nel suo mantello.
Grandi masse di soldati – fradici per la pioggia caduta ininterrottamente per tutta la notte precedente – si muovevano curvi sotto il peso dei propri armamenti. Erano tanti uomini, sì, ma si spostavano silenziosi come fossero un corpo unico: una poltiglia grigiastra fatta di carne e ferro che lentamente inghiottiva la pianura. Tra loro c’erano soldati talmente mutilati da essere irriconoscibili.
Il Genio Militare era intervenuto sostituendo gli arti perduti con spaventose protesi meccaniche. L’industria bellica francese ogni volta si superava sfornando braccia che erano anche mortai, seghe e pugnali, gambe che – all’occorrenza – potevano troncare in due un uomo con un calcio e tutta una serie variegata e infinita di strumenti di morte. Quegli orribili accessori si contavano a decine di migliaia tra i soldati francesi ridotti a puzzle umani. Li avevano rappezzati con braccia arrugginite di ogni tipo, gambe scheletriche di zinco scheggiato, articolazioni delle spalle a fisarmonica, colonne vertebrali dentate e ammortizzate, calotte craniche rinforzate in acciaio: i migliori prodotti di distruzione derivati dall’invenzione di d’Alembert. Su quel mare di disperati aleggiava un odore insopportabile di olio lubrificante e polvere da sparo. Leggi il resto di questo articolo »



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