Il massacro di Bosenitz: una questione privata

In data odierna il Tribunale di guerra imperiale si riunisce nella città di Austerlitz per giudicare il caso del fante francese Alain Gauthier. Le accuse nei suoi confronti sono di spionaggio e violenza discrezionale degenerata in omicidio plurimo ai danni degli abitanti del villaggio di Bosenitz, nei pressi di Austerlitz. Il Tribunale di guerra imperiale è composto dal conte Markus Belcredi, consigliere del Tribunale, dal conte Martin von Andechs-Meranien, generale di brigata, dal maggiore Alexander Wallner, dal tenente Matthias Eder e dal sottotenente Daniel Schwarz. A rappresentare la pubblica accusa e l’Impero è chiamato il maggiore Michel Lechner. Di seguito è riportato il verbale del dibattimento.
Maggiore Lechner: Specificate il vostro grado e il vostro nome.
Alain Gauthier: Fante semplice Alain Gauthier, aggregato alle unità di fanteria leggera al comando del generale Soult.
Maggiore Lechner: Per quale motivo vi trovavate in territorio austroungarico?
Alain Gauthier: Dovevo fare il mio dovere.
Maggiore Lechner: Quale era il vostro dovere?
Alain Gauthier: Raccogliere informazioni sulle difese di Austerlitz.
Maggiore Lechner: Specificate meglio, che genere di informazioni cercavate?
Alain Gauthier: Dovevo scoprire tutto il possibile sull’artiglieria dispiegata a difesa della città.
Maggiore Lechner: Voi siete un semplice fante, come mai hanno mandato voi e non qualcuno più esperto in spionaggio?
Alain Gauthier: Ero già stato a Austerlitz nel 1805 per la battaglia, la ricordate? Conosco bene la campagna attorno alla città e parlo perfettamente il dialetto del posto.
Maggiore Lechner: Avete raccolto le informazioni che cercavate?
Alain Gauthier: Sì.
Maggiore Lechner: Siete riuscito a comunicare queste informazioni al vostro superiore?
Alain Gauthier: No, sono stato arrestato prima di riuscire a prendere contatto col mio superiore.
Maggiore Lechner: Voi siete stato arrestato nel villaggio di Bosenitz, è corretto?
Alain Gauthier: Sì, signore.
Maggiore Lechner: Avete appena ammesso le vostre attività di spionaggio, però voi siete accusato anche di aver massacrato trentacinque abitanti del villaggio. Come vi dichiarate in merito a questa accusa: colpevole o innocente?
Alain Gauthier: Colpevole, signore.
Maggiore Lechner: Il massacro faceva parte dei vostri ordini?
Alain Gauthier: No.
Maggiore Lechner: Dunque, fante Gauthier, abbiate la compiacenza di spiegarci cosa vi ha spinto fino a Bosenitz e come sono andati i fatti che hanno condotto la brava gente di quel villaggio a una morte tanto violenta.
Alain Gauthier: Come dicevo nel 1805 ho partecipato alla battaglia di Austerlitz, già allora ero al comando del generale Soult. Dopo la vittoria al mio reparto venne ordinato di stabilirsi a Bosenitz per tutta la durata dell’occupazione, avevamo compiti di polizia e – nel caso servisse – dovevamo correre in soccorso delle truppe dislocate ad Austerlitz.
Maggiore Lechner: Andate avanti.
Alain Gauthier: Sono rimasto a Bosenitz coi miei compagni per quattordici anni. Napoleone si era dimenticato di noi e noi c’eravamo dimenticati della guerra. Col tempo eravamo diventati semplici contadini, la gente del posto ormai ci considerava compaesani. Perlomeno questo era quello che credevamo.
Maggiore Lechner: Arrivate al dunque, Gauthier.
Alain Gauthier: A Bosenitz avevo una moglie, si chiamava Ingrid. Suo padre aveva fatto il diavolo a quattro per impedirle di sposarmi: ma lei era testarda, io troppo innamorato e il prete del paese dovette arrendersi. Nel 1814 io e lei ci eravamo stabiliti in una casetta fuori paese. Avevamo un piccolo appezzamento di terra e qualche pollo e, in definitiva, eravamo felici. Poi Napoleone si ricordò dei suoi fanti di Bosenitz e ci richiamò in servizio. Dovevamo raggiungere il resto dell’armata a Waterloo.
Maggiore Lechner: E voi avete obbedito agli ordini?
Alain Gauthier: Stupidamente sì, signore. Sfortunatamente sono sopravvissuto a Waterloo, se fossi morto mi sarei risparmiato l’impianto di Alembrite, tutte le battaglie e le menomazioni che seguirono. Come gran parte dei coscritti della grand armée, combatto da sempre, signore. In tutta la mia vita – ed è stata una vita che è andata ben oltre i confini stabiliti dal Padreterno – se si esclude la fanciullezza, ho vissuto solo pochi anni senza indossare l’uniforme. Sono stanco, signore, non ne posso più della violenza.
Maggiore Lechner: Dunque mi state dicendo che siete tornato a Bosenitz per rincontrare vostra moglie e disertare, giusto?
Alain Gauthier: Sì, speravo di incontrarla ma ero certo che non sarebbe successo, erano passati quasi sessant’anni. Ingrid oggi dovrebbe avere settantaquattro anni: un’età alla quale difficilmente arrivano i contadini costretti a lavorare per vivere. Mi domandavo se, incontrandomi, mi avrebbe riconosciuto. A volte, sbarbandomi allo specchio, pure io fatico a riconoscermi: la mia faccia – lo vedete anche voi – è un orrendo reticolo di cicatrici. Poco prima che io partissi per Waterloo, Ingrid mi aveva rivelato di essere incinta: speravo almeno di conoscere mio figlio. Per quanto riguarda la diserzione poi, non si può disertare dalla grande armée. Circolano strane dicerie su un dispositivo di controllo inserito dell’Alembrite che permetterebbe di localizzare ovunque l’apparecchio. Probabilmente si tratta solo di una fantasia inventata per spaventare noi poveri diavoli e dissuaderci da strani propositi. Però non mi stupirebbe sapere che è tutto vero: Napoleone è capace di qualsiasi cosa.
Maggiore Lechner: Eppure, paura o non paura, avete disertato.
Alain Gauthier: Volevo consegnarmi alle autorità austroungariche. Fantasticavo di potermela cavare con qualche anno di galera, poi sarei tornato dal mio bambino e, con un po’ di fortuna, avremmo vissuto lontani dalla guerra. Naturalmente mi illudevo; sapete bene anche voi quali saranno le sorti della guerra. Noi stiamo qui a parlare tranquillamente, ma non esiste modo di fermare la grande armée.
Maggiore Lechner: Ci risparmi queste stupidaggini, continui il racconto.
Alain Gauthier: Partii la sera da Austerlitz, intendevo arrivare a Bosenitz nottetempo per evitare di essere riconosciuto. Sulla strada qualcuno mi seguì, un individuo basso col volto nascosto da un grande cappuccio. Portava qualcosa di metallico sul petto che rifletteva la luce lunare: riporto questi particolari per un motivo preciso che capirete in seguito.
Maggiore Lechner: Cosa significano queste digressioni? Questo non è un bistrot, Gauthier, non state raccontando una storia a degli avvinazzati. Siete in un tribunale, comportatevi con decoro e attenetevi ai fatti.
Alain Gauthier: Arrivai a Bosenitz e mi recai a casa mia. Era bruciata fino alle fondamenta. Non saprei dire perché – c’erano mille spiegazioni razionali a quella devastazione – ma mi prese il panico. Corsi alla casa nella quale viveva la famiglia di Ingrid, speravo di incontrare qualcuno informato sui fatti. Bussai forte e mi aprì una ragazza coi capelli scarmigliati che si stropicciava gli occhi. Suo padre e sua madre, due anziani dal volto dolce, mi fecero accomodare e mi confermarono di essere dei discendenti della famiglia di Ingrid. Fu un imprudenza, ma rivelai loro chi ero. “Temo, signore – mi disse l’uomo – che voi non siate il benvenuto a Bosenitz. Sarebbe meglio per tutti se ve ne andaste”. Dissi che volevo solo sapere cosa ne era stato di Ingrid e del mio bambino. “Il bambino che cercate – disse l’uomo –, sono io e temo di non essere più bambino da molto tempo. Quanto a mia madre Ingrid, le avete causato molte sofferenze signore. Le autorità hanno saputo del vostro matrimonio e non l’hanno protetta quando i contadini sono venuti a prenderla. L’hanno impiccata senza processo e senza che il prete, che pure era presente, le impartisse l’assoluzione dai peccati. La stessa sorte è toccata a tutte le donne del villaggio che avevano sposato i vostri compagni d’armi. Nessuno ha protestato e, grazie a Dio, c’era ancora qualcuno della famiglia che si potesse occupare di me e crescermi: agli altri orfani non è andata altrettanto bene. Ecco, signore, questo è quel che è successo a mia madre Ingrid”. Rimasi a fissare quell’anziano dal volto gentile mentre spezzava quel che rimaneva del mio cuore. Mio figlio, vecchio e segnato dal tempo, non aveva esitazioni, diceva le cose come stavano: quella determinazione l’aveva presa da sua madre Ingrid, io sono sempre stato un tipo volubile. Giurai e spergiurai che me ne sarei andato senza alzare un dito, senza cercare vendetta. Mentii. Mi congedai da mio figlio con un abbraccio e tornai in strada, andai dritto alla canonica.
Maggiore Lechner: Dunque il prete fu il primo.
Alain Gauthier: Sì, signore. Poi toccò ai rappresentati delle autorità. Dapprima procedetti in silenzio, come un ladro, introducendomi di nascosto nelle loro case e soffocandoli nel sonno coi loro cuscini. Poi, quando fu chiaro che il massacro non si poteva più tenere nascosto, affrontai a visto aperto e sulla pubblica strada l’assembramento di contadini che, probabilmente, speravano di impiccarmi senza incontrare resistenza come avevano fatto con mia moglie. Non avendo armi da fuoco con me, utilizzai i kukri retrattili che ho negli avambracci. Con quelli tagliai quante più gole mi fu possibile.
Maggiore Lechner: Suppongo sia inutile dire che stavate ingiustamente punendo i figli per le colpe dei padri. L’esame medico al quale vi abbiamo sottoposto ha evidenziato come buona parte del vostro corpo sia costituito da arti meccanici perlopiù in ferro e in varie leghe ferrose. Voi avete citato le due lame seghettate che fuoriescono dai vostri avambracci a comando e che non è stato possibile rimuovere in alcun modo. Bene, si tratta di arti molto resistenti che non hanno subito danni nello scontro di Bosenitz. A rigor di logica si suppone che non soffriate quando colpiscono una di quelle diavolerie. Però voi avete riportato diverse ferite nella carne viva, ferite piuttosto gravi che avrebbero costretto chiunque alla resa per dolore.
Alain Gauthier: Dipende dall’Alembrite, signore. Ci impedisce di provare dolore fisico: con un arma e un corpo che si regge in piedi potremmo combattere in eterno.
Maggiore Lechner: Eppure, quando vi hanno arrestato, eravate privo di conoscenza.
Alain Gauthier: Qualcuno mi ha aggredito. È successo dopo che gli abitanti di Bosenitz avevano rinunciato ad attaccarmi. L’aggressore ha aspettato che rimanessi solo, in mezzo alla strada, circondato dai cadaveri, poi si è fatto avanti.
Maggiore Lechner: Chi era questo coraggioso?
Alain Gauthier: Un uomo basso col volto nascosto da un grande cappuccio, sul suo petto luccicava un grosso crocifisso di ferro: vedendolo capii che si trattava dell’uomo che mi aveva seguito da Austerlitz. “Riguardo ai figli dell’uomo mi son detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono come bestie – disse il mio avversario con una voce limpida, da ragazzo –. Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere”. In un lampo mi fu addosso. Non riuscivo a vedere i suoi movimenti erano troppo rapidi, mi colpì alla testa così violentemente da rompermi il naso e farmi saltare diversi denti. Nella colluttazione il suo cappuccio si era sfilato e quindi riuscii a vederlo in faccia: si trattava di un giovane di diciassette o diciotto anni al massimo. Sorridendo mi sollevò per il collo, poi mi lanciò contro un muro e io sbattei la nuca. A questo punto la mia Alembrite venne danneggiata: in questi casi – piuttosto rari a dire il vero – si attiva il meccanismo di diagnostica e riparazione interno. Servono circa quattro ore per completare il ciclo, nel frattempo l’Alembrite, per limitare i danni al cervello, fa perdere i sensi al suo portatore. Prima di svenire ricordo di aver visto quel ragazzino chinarsi su un cadavere e azzannarlo al collo. Se non fosse impossibile, giurerei di aver incontrato un vampiro.
Maggiore Lechner: Vi rendete conto vero di essere completamente pazzo Gauthier? Sapete che, per quel che avete fatto, verrete impiccato?
Alain Gauthier: Decapitatemi, è l’unico modo per uccidermi definitivamente: l’Alembrite non può funzionare senza un cervello.
Maggiore Lechner: Sono certo che potremo accontentarvi.
Alain Gauthier: Dal profondo del cuore vi ringrazio.
Verbale redatto dall’addetto alla documentazione
Ispettore superiore del Tribunale di guerra imperiale Patrick Koller
11 giugno 2010
Scritto da Andrea Cattaneo
2 responses to Il massacro di Bosenitz: una questione privata
Anch’io mi azzuffo nei villaggi, quando non ho abbastanza crocchette di pesce. Ma il nostro Alain ha pestato una cacca niente male.
Verrà davvero impiccato o troverà un davanzale da cui saltare giù?
Chi può dirlo.!? Sembra un tipo piuttosto pericoloso, forse ci riserverà qualche sorpresa…