III – Il ricatto
Era prima mattina, nonostante ciò i tendaggi pesanti restavano tirati. Il generale Spielsdorf guardava, col cuore contratto in uno spasmo, la lucida spianata del pesante tavolo di mogano. I confini dell’impero dell’aquila a due teste erano srotolati sul ripiano occupando quasi tutto lo spazio a disposizione. Un pesante fermacarte di cristallo di Boemia teneva saldamente la posizione nell’angolo in alto a destra. Gli altri angoli, ansiosi di arrotolarsi nuovamente con uno schiocco subitaneo, erano tenuti a bada dalle presenze fisse sullo scrittoio del generale: un tagliacarte di fattura ottomana, un faldone di appunti manoscritti di pugno dallo stesso Eugen Von Albori, grande amico del generale Spielsdorf, e una pesante cornice lavorata che racchiudeva il prezioso ritratto ad acquerello della piccola, soave Bertha. Gli occhi del generale vagavano sulla carta spiegata dinnanzi ma poi, fatalmente, tornavano sempre a impigliarsi tra i fiori disegnati nei capelli della fanciulla.
«Bambina mia, nipote mia adorata. Tutto il mio lavoro in rovina! Le speranze, le grandi speranze che riponevo in te, nel tuo futuro, questi anni passati a capirti, allevarti e istruirti. Ma tu non sei sopravvissuta, a che sono valse le mie fatiche e i miei sforzi? Come potrò continuare senza di te, senza il progetto che avevo su di te, senza uno scopo? Sono rimasto qui, solo, a tormentarmi della tua assenza che mi lacera il cuore, e non faccio che ritornare col pensiero a quando ti ho vista andare incontro al tuo destino, ben più disperato all’idea di vederti soccombere che a quella di morire io stesso. Tutto è successo talmente in fretta, l’incontro con quella diabolica giovane, la mia uscita malaugurata che vi permise di continuare a frequentarvi, la sfida che ci lanciò quella creatura ripugnante…
«Fu forse la mia prima ed ultima occasione per dimostrarti fiducia. Il prezzo da pagare fu esorbitante per noi tutti.
«Seduto qui, a questa scrivania, in attesa dell’ennesimo osceno massacro celebrato dal fragore delle armi, la sola musica io sia capace di orchestrare. Eppure un tempo amavo la musica, era la mia sola debolezza. Oltre a te.
«Il caldo soffocante e l’angoscia mi attanagliano. Dei rex stabat mater dolorosa. Anche io, ora, sento nelle viscere la stessa sofferenza provata dalla Madre di Nostro Signore ai piedi della Croce. Mai avrei immaginato che il motto impresso sul cartiglio dello stemma di famiglia si sarebbe un giorno inciso nella mia carne viva, sigillo perenne della mia pena. Tu sei stata il mio Venerdì Santo, Bertha. Dover assistere alle sofferenze della mia unica nipote e nulla aver potuto per evitarle, per alleviarle. In passato sono sempre stato solo spettatore del dolore altrui, l’ho provocato, ho incitato migliaia e migliaia di giovani a correre verso il baratro, ce li ho spinti dentro io.
«Adesso che lo strazio mi dilania, ho paura di non reggere allo schianto: soffro troppo, soffro al tempo stesso quanto una madre e un padre possono soffrire, perché ciò che sento di esser stato per te è madre e padre al contempo. Quella madre che hai conosciuto appena, mancata troppo presto, di cui forse avevi solo un vago, stinto ricordo. Quel padre benevolente, ma confinato in un letto d’infermo, che ti affidò fiducioso alle mie cure per istruirti e per crescerti. Ma quella giovane indegna – tua condanna e mio fallimento – ci ha trascinati fino all’orlo dell’abisso, per poi vigliaccamente tacere e storcere il viso, con gli occhi chiusi, per non guardare in faccia l’evidenza della sua colpa e l’eroismo della tua espiazione. Dio mi perdoni e perdonami anche te, figliola cara, sapessi quanto la odio adesso, anche se tu la amavi. E quanto la disprezzerò sempre, nei giorni a venire».
Così ragionava amaramente tra sé il generale Spielsdorf, davanti alla carta dell’Europa sfigurata dalla bramosia napoleonica. Bandierine, piccoli pesi in ottone a figurare schieramenti ed eserciti, frecce e annotazioni, tutto gli pareva insulso e inutile. Richiamato in gran fretta a corte, cercava di dare un senso alla sua presenza nella capitale. Gli era stato messo a disposizione un appartamento nell’ala migliore, la più vicina alle stanze dell’imperatore. Il suo parere era atteso e soppesato sempre con la massima considerazione. L’ufficio che occupava in quel periodo era confortevole e proporzionato al riguardo che gli si usava in occasione di ogni sua venuta a Vienna. Ma lui si sentiva stanco, svuotato, inutile.
Eppure, come in guerra, quando l’attesa di una posizione migliore combacia con il ricordo di una posizione persa per sempre, il desiderio che irrompa l’impossibile può essere l’inizio del più perfetto ricongiungimento con l’eternità. E forse furono proprio i desideri inespressi del generale a materializzarsi in un lieve bussare alla sua porta.
Un attendente in uniforme si affacciò compunto per annunciargli l’arrivo di visitatori.
Spielsdorf non se ne meravigliò, capitava quasi sempre che ricevesse visite inaspettate.
Dissimulò il suo stupore, tuttavia, quando si trovò dinanzi non il solito esperto di gabinetto dell’imperatore, o qualche vecchio amico cui era giunta voce del suo arrivo nella capitale.
Si trattava di una donna, una energica, risoluta, matura dama. Ancora in abiti da viaggio, bardata in gramaglie dal cappellino agli stivaletti, nel suo incedere attraverso la stanza verso la scrivania del generale il passo risuonò marziale a dispetto del folto tappeto persiano che avrebbe dovuto attutire qualsiasi rumore molesto. Solo i capelli, di un candore abbacinante e quasi innaturale, facevano contrasto con quel nero soffocante del vestito, tenebroso come un drappo funebre, come l’orlo di un’inquietante voragine che pareva voler inghiottire quel poco di luce presente nella stanza. Appena entrata gli conficcò gli occhi celesti dritti in faccia, come un entomologo conficcherebbe due spilloni nel corpo di una farfalla, ancora viva, per inchiodarla per sempre nella propria teca. Qualcosa di ferreo e di estremamente pervicace e inflessibile trasudava dalle maniere della donna.
Per nulla impressionato, ma solo vagamente stupito, il generale Spielsdorf esordì: «Ci conosciamo, Madame?»
«Matska, generale. Chiamatemi pure Matska, per servirla».
Il suono della voce della donna diede al generale una brusca vertigine e un vago senso di nausea, come se avesse improvvisamente realizzato di stare masticando un boccone marcio. Quella voce, quella voce… Spielsdorf aveva già sentito quella voce. Qualcosa nella figura, nei modi forse? Qualcosa di cupamente familiare. Eppure, al tempo stesso, era certo di non averla mai vista prima. Non avrebbe mai potuto dimenticare un volto del genere.
E nemmeno un simile atteggiamento. Era chiaro infatti che, nonostante l’iniziale professione di disponibilità, se c’era una cosa che quella donna si aspettava dal resto del genere umano, Generale compreso, era che questo stesse ai suoi comandi. Si era seduta al cospetto dell’uomo senza aspettare lo scontato cenno d’invito e continuava a scrutarlo con aria insolente.
«A cosa devo il privilegio della vostra visita, madame Matska?»
«Questioni personali, Generale. Questioni della massima urgenza, lasciatemelo dire».
«Ah – sbottò il generale con una punta di compiaciuto paternalismo nel sobbalzare quasi divertito delle spalle –. Qui se c’è una questione della massima urgenza, mia cara Signora… Stiamo per essere invasi dai francesi. Hanno già conquistato in poche settimane Italia e Prussia, ora forti degli ultimi successi si preparano a puntare verso l’Impero. Le orde di Napoleone si stanno ammassando ai nostri confini e premono da ogni lato – aggiunse sottolineando con un vago gesto della mano la cartina srotolata dinanzi ai suoi occhi –. Giorni di sangue si preparano per noi tutti».
Si era messo a lustrare minuziosamente il suo monocolo, che non aveva affatto bisogno di essere ripulito. Non voleva dare a quella donna la sensazione di prenderla immediatamente e troppo sul serio. Era solo una donna, dopotutto.
«Oh! Mi creda, conosco i francesi palmo a palmo. Non faranno nulla, non ancora. Non sono pronti, non per Noi, se capisce quello che intendo dire, Generale».
Il Generale inarcò un ispido sopracciglio grigio, senza alzare lo sguardo sulla sua interlocutrice. Il monocolo attirava ancora tutta la sua attenzione. «Suppongo di sì. E dunque?»
«E dunque, Generale, sono venuta per Bertha. Dobbiamo parlare di sua nipote, Spielsdorf».
L’attempato militare sentì lo stesso cauto fremito che gli ripercorreva la spina dorsale ogni qualvolta lo sguardo si era perso davanti a una spianata invasa da uniformi. L’aria impregnata di polvere da sparo, il latrare di qualche cane, il rullo di un tamburino in lontananza, lo scalpiccìo e lo sbuffare dei cavalli da ogni direzione, l’abbaiare dei comandi a destra e a manca. Guerra.
Si sentiva come quando si sta per sferrare un attacco. Ma quella strana, volitiva creatura che gli stava dinanzi pareva uscita da un sogno, e come le creature che popolano i sogni sembrava anche conoscere in anticipo i suoi pensieri e l’epilogo della loro battaglia.
Il suo ruolo in campo avrebbe potuto essere solo quello dello stormo di corvi che seguono per giorni a volo radente le colonne di soldati in marcia, ben sapendo che dopo il primo scontro banchetteranno lautamente. La donna guardava il generale e davvero sembrava pregustare l’effetto che avrebbero avuto le proprie parole.
«C’è ben poco da dire sulla povera mademoiselle Rheinfeldt – profferì gravemente il Generale – se non che riposa in pace sepolta nel cimitero del castello degli Spielsdorf».
Non l’avrebbe mai chiamata “la mia povera Bertha” o “la mia bambina adorata” in presenza di estranei, il Generale aveva pudore dei propri sentimenti come nessun’altro.
«Vostra nipote non è morta, Generale». La voce di Matska risuonò metallica e imperiosa, come quella di un’istitutrice che sta riprendendo un allievo disattento.
Il Generale rimase impassibile, nessun cenno, nessun movimento, nessun tremito nel reticolato di rughe del viso.
Solo, le sue dita si erano schiuse come una rosa appassita che perde gli ultimi petali sfatti, e il monocolo era andato a cadere pesantemente sul tavolo, sopra alla cartina, rimbalzando beffardamente proprio accanto alla scritta Stiria. La piccola lente di vetro si era incrinata da parte a parte.
Spielsdorf dopo esser rimasto per un attimo inebetito strinse i pugni finché le nocche non sbiancarono, poi con voce tremante di sdegno alzò la testa dalla cartina sibilando: «Come osate…»
La rabbia compressa e trattenuta lo faceva irrigidire come un automa metallico. La donna si alzò di scatto e andò a parlargli ad un centimetro dal viso. In tutto questo il Generale non si scompose né indietreggiò di un millimetro.
«Oso, Spielsdorf. Oso perché sono mossa dalla vostra stessa sete di vendetta. La differenza tra voi e me è che io so cosa voglio e devo fare, ma non ne ho momentaneamente i mezzi. Voi che avreste la possibilità di agire ed anche i mezzi per farlo, non sapete di dovervi muovere né come farlo, caro Generale».
Matska calcò con una sottolineatura beffarda e sprezzante della voce la carica dell’uomo, e restò ad osservare l’effetto delle sue parole. Il potere e la conseguente possibilità di manipolare gli altri erano la sua vera ragione di vita, tutto il resto solo dettagli su uno sfondo sfocato.
«Voi dovete aiutarmi, Spielsdorf. La vostra ricompensa per l’appoggio che mi fornirete sarà il venire a sapere la verità sul destino di Bertha, posto che ciò vi interessi ancora qualcosa, naturalmente».
Il Generale si voltò e andò ad avvicinarsi ai tendaggi pesanti che oscuravano la stanza alle sue spalle. Li scostò con un gesto fulmineo e disperato, rabbioso, quasi fossero quelli a impedirgli di vedere e capire la situazione che gli si parava dinanzi per quello che era realmente. Cercava aria, il Generale. Una volta scostate le tende, una lama di luce entrò nella sala col suo freddo chiarore in cui danzava sospeso un infinito pulviscolo argenteo. La lama tagliò il viso della donna che ebbe un moto di fastidio, ma non si spostò. L’immagine pareva il contraltare grottesco di certi dipinti devozionali in cui dalle nuvole filtrano raggi di luce, le cosiddette dita di Dio, ad accarezzare il volto dei santi.
Matska continuò, implacabile.
«Per ragioni che non vi posso al momento rendere note, sono al corrente del fatto che il vostro buon amico Silas ha occultato il cadavere della propria giovane figlia: ne è stata eseguita la sepoltura senza espletare i riti di circostanza. La fanciulla, morta in circostanze assai misteriose, giace ora nel sepolcro che fu un tempo quello di Mircalla Karnstein, erede del casato dei Karnstein e lontana antenata della defunta consorte di Silas. Perché sussultate, Spielsdorf? Questo vi ricorda qualcosa? Forse quella vostra spedizione nottetempo a quelle stesse rovine? Anche voi avete partecipato a una pratica ripugnante sul cadavere di una fanciulla, mentre assistevate a una riesumazione in compagnia di Silas e del vostro comune amico, il Barone Vordenburg. Tutti voi avete interesse al fatto che le autorità rimangano all’oscuro di certi risvolti di quella notte. Qualcuno di recente ha trafugato il corpo contenuto in quel sepolcro, il corpo che era adagiato lì prima che Silas vi portasse quello della figlia. Le spoglie di quel corpo però sono state smembrate e Vordenburg certo sa molte cose sulla fine che hanno fatto quei resti. Ci deve essere un accordo, Spielsdorf, un patto indegno tra voi, il vostro vecchio amico Silas e il Barone Vordenburg. Vi siete giurati di tenere il segreto su quanto accadde in quelle ore. Ma io devo sapere. Devo trovare Vordenburg. E sarete voi a portarmi da lui, Spielsdorf».
Il generale avrebbe voluto cancellare dalla sua vista quella donna così come si scaccia un pensiero molesto scuotendo il capo e scrollando le spalle, ma sapeva che ciò non gli era affatto possibile. Lo teneva letteralmente in pugno. Madame Matska non si sarebbe lasciata piegare, e, per la prima volta in vita sua, il generale dubitava della propria capacità di spezzarla. L’unica alternativa era che, stavolta, nell’interesse superiore di conoscere la vera sorte di Bertha e al tempo stesso difendere la propria reputazione dal ricatto di quella sordida creatura, egli si piegasse momentaneamente al suo volere.
Ma solo momentaneamente.
Patrizia Birtolo
Suggerimenti per il capitolo successivo:
- Laura torna a casa: scena di un massacro famigliare. Dopo Matska e Spielsdorf, anche Laura e Silas cominciano la ricerca di Vordenburg
- La Dama dei boschi: la storia di Bertha Reinfeldt prima e dopo la sua morte.
- Le folli notti viennesi del barone Vordenburg. Il dottor Hesselius, suo malgrado, per discutere col barone è costretto a seguirlo nei suoi bagordi. Cosa stanno combinando gli inglesi in estremo oriente e perché hanno bisogno dei vampiri?


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