Indagine sui vampiri inglesi
Dublino, 1868. Negli ultimi tempi l’indagine affidatami dal governo britannico aveva monopolizzato tutta la mia attenzione e la stesura del mio ultimo volume (Combattere le Banshee con l’isolamento acustico: quindici soluzioni economiche) si è bloccata. La notte uscivo per le mie ricerche e il giorno crollavo dal sonno: avanti così mi sarei certamente ammalato. Grazie al cielo ora – dopo le importanti informazioni ottenuto ieri notte – posso tirare il fiato.
Si può ben dire che tutto è cominciato in maniera piuttosto bizzarra ieri mattina quando qualcuno ha bussato alla mia porta. Si trattava di Miss Blánaid (una splendida ragazza nubile di diciannove anni) che – con la puerile scusa di esigere da me gli affitti arretrati degli ultimi sei mesi – voleva entrare nella mia stanza. Quando le dissi che il mio cuore era consacrato alla Scienza e che per lei non c’era speranza, dallo shock sfondò la porta a calci ed entrò. La poverina, per dissimulare la propria delusione, mi fracassò un pitale di Worcester in testa. Ripresi conoscenza solo a notte fonda. Ero disteso sul pavimento, tutto coperto da strani (e dolorosi) lividi bluastri: un fenomeno curioso che approfondirò senz’altro in un prossimo volume.
Ripresi coscienza, dicevo, ma sarebbe meglio dire che Miss Blánaid (forse preoccupata per le mie condizioni di salute) mi fece riavere a suon di schiaffoni: che santa donna!
«Al pianterreno c’è una persona per voi». Annunciò sgarbata assestandomi l’ultimo manrovescio (quasi un saluto). «Scendete subito o capirà immediatamente che razza di buono a nulla siete».
«Non c’è bisogno di fingere, Miss Blánaid – mi affrettai a rassicurarla – capisco bene i vostri sentimenti nei miei confronti». Lei divenne tutta paonazza, poi lasciò la stanza recitando una sequela irripetibile di bestemmie.
Pazienza, mi dissi, la ragazza non mi sa resistere. Mi rassettai l’abito e scesi al pianterreno, nell’ampio e oscuro pub che Miss Blánaid aveva ereditato dal padre (morto anzitempo di cirrosi epatica per l’abuso di un miscuglio di alcolici e olio di colza che lui chiamava, a ragion veduta, “l’ammazza irlandesi”). A quell’ora della notte il locale – impregnato come sempre del’odore acre della birra lasciata a fermentare – era vuoto fatta eccezione per un avventore che occupava il posto accanto al camino.
Era intabarrato e calzava un cappello fiammingo ornato da una bella piuma bianca: quel curioso copricapo era così grande che gli nascondeva buona parte del volto. Miss Blánaid, vedendomi incerto sul da farsi, indicò il misterioso cliente con un cenno secco della testa. Mi avvicinai con l’intento di presentarmi ma l’individuo mi azzittì con un cenno brusco della mano destra. «Mandatela via – disse riferendosi a Miss Blánaid –, lei non deve sentire». La mia padrona di casa (che evidentemente stava origliando) non se lo fece ripetere e scomparve offesa sbattendo tutte le porte che separavano il refettorio dalla cucina.
«Dunque – azzardai io ansioso di scacciare il clima pesante che s’era creato –, se siete venuto a cercarmi significa che ci conosciamo. Eppure non mi ricordo di voi; come posso aiutarvi?»
Per tutta risposta l’uomo, sorridendo, gettò un foglietto sul tavolo davanti a sé. Avvicinandomi riuscii a sbirciare la porzione del suo volto (all’incirca dal naso al mento) non celata dalla tesa del cappello. Scoprii che, malgrado la sua voce avesse un suono profondo, i suoi lineamenti erano estremamente delicati. Forse, pensai, si tratta di un ragazzo. Notando la mia curiosità il mio ospita inclinò la testa da un lato, poi indicò nuovamente il foglietto: «Siete voi il dottor Hesselius dell’invito, non è così?»
«Sì, sono Martin Hesselius», risposi prontamente. In effetti quel foglietto era proprio uno dei miei inviti: ne avevo distribuiti molti nelle notti precedenti. «Non fraintendetemi, chissà cosa avrete pensato. L’avete trovato in un luogo di sepoltura, immagino. Bene, sappiate che non sono un buontempone col gusto del macabro, si tratta di una ricerca: io sono uno studioso».
«Voi lasciate sulle tombe inviti rivolti ai morti. Ditemi: cosa studiate esattamente, dottore?»
«Mi occupo di fenomeni paranormali, sono ricercatore associato al Trinity College qui a Dublino. Adesso sapete tutto quello che c’è da sapere su di me, io invece di voi non so nulla: cosa ne dite di cedere un po’ del vostro vantaggio?»
«A un uomo curioso come voi è meglio che dica solo il mio nome. Mi chiamo Flannait: questo vi basti». Mentre parlava il mio ospite teneva ben nascosti i suoi occhi e la cosa mi insospettì alquanto. Delle ciocche di capelli rossi sbucavano sulla sua nuca: probabilmente era una di quelle mode giovanili che mi sforzo di ignorare. «Sapete, caro dottore – Flannait mi porse il suo boccale di birra facendolo scivolare sul tavolo come se fosse una pedina su una scacchiera –, che molti dei miei vicini, i più educati potremmo dire, considerano un sacrilegio visitare la casa di un uomo senza essere esplicitamente invitati. Coi vostri biglietti li avete autorizzati tutti quanti a venirvi a trovare: perché?»
«I vostri vicini, dite?»
«Sì, dottore. I miei vicini». Flannait si liberò del tabarro abbandonandolo sulla spalliera della sedia, poi si sfilò il cappello liberando una capigliatura selvaggia che aveva il colore del sangue. Solo dopo aver assistito a questi gesti – all’apparenza irrilevanti – compresi due cose importantissime sul mio ospite: la prima che si trattava di una ragazza (le forme evidenti del suo seno sotto il panciotto non lasciavano dubbi), la seconda che quella ragazza era morta da molto tempo. L’incarnato pallido, vagamente cianotico, non poteva essere frainteso da chi, come me, aveva studiato cadaveri per una vita intera. E quei suoi penetranti occhi verdi, così comuni da queste parti, avevano la stessa ambigua profondità degli occhi dei cadaveri.
Lì per lì, non seppi cosa dire: dopo tante inutili ricerche sulle isole britanniche mi trovavo di fronte a un vero non morto irlandese. Inoltre, lo confesso, per quanto mi sforzassi di resistere il mio sguardo continuava a tornare al suo petto. Attento a quel che fai Martin, mi dissi, sai bene come andrebbe a finire…
«Dunque dottore, nel vostro biglietto parlate di “approfondire la conoscenza della razza dei vampiri”. Che genere di conoscenze vorreste approfondire su noi vampiri?»
Per essere una donna Flannait portava i capelli piuttosto corti, spettinati come quelli di un qualsiasi monello di borgata. Sulle sue guance c’erano delle graziose lentiggini: incontrandola per strada, probabilmente, persino io l’avrei scambiata per una proletaria di diciotto o diciannove anni particolarmente trasandata. «Be’, ecco, per cominciare vorrei sapere se è vero che voi dormite in seno alla terra… cioè, volevo dire, nei cimiteri».
Lei incrociò le braccia sul petto, il mio imbarazzo la divertiva molto. «Io lo faccio, ma semplicemente perché sono abituata così».
«Di dove siete originaria voi, Miss Flannait? Siete di Dublino?»
«Quando sono nata io non si chiamava ancora così, ma direi che potete considerami una dublinese».
«La notte, sì, insomma: voi vi muovete solo di notte. È vero?»
«No. So che qualcuno di noi lo fa perché gli va di farlo, ma niente ci vieta di circolare durante il giorno».
«Voi siete riuniti in gruppi, avete dei capi?»
«Ho sentito dire che, all’estero, alcuni vampiri imitano la società degli uomini e giocano alla politica formando governi e cose di questo genere. In Irlanda e nel Regno Unito, per quanto ne sappia, i vampiri preferiscono vivere isolati e non rispondono ad alcuna legge».
«Quindi siete anarchici?»
Scoppiò a ridere: «Se preferite definirci così fate pure dottore. In realtà siamo solo molto solitari, non tolleriamo l’ipocrisia degli umani e ancora meno qualsiasi limitazione alla nostra libertà».
«Come si diventa vampiri?»
«È molto semplice: gli umani che uccidiamo diventano vampiri. Ma sono pochissimi quelli che reggono il cambiamento altrimenti il mondo – considerando che siamo immortali – sarebbe pieno di miei simili. Generalmente la maggior parte delle nostre vittime non sopravvive alla trasformazione: non trovano la forza per uscire dalla propria tomba e diventano cibo per i vermi. Moltissimi poi si levano di torno nei mesi immediatamente successivi alla loro rinascita. Se così non fosse sarebbe un bel guaio per noi».
«Si levano di torno? In che senso e perché dite che sarebbe un guaio?»
«Qualcuno si getta nell’oceano sperando di fracassarsi le ossa sulle scogliere, qualcuno semplicemente non esce più dalla propria fossa. Ho sentito dire che un vampiro di Iver, nel Buckinghamshire, si è fatto catturare dagli uomini perché non sapeva come togliersi la vita. Non tutti sono adatti a diventare vampiri e per noi sarebbe un guaio il contrario perché la caccia diventerebbe più difficile».
«Questi vestiti – dissi io indicando il buffo cappello, il tabarro, il panciotto e la sua camicetta (che sembrava uscita dal guardaroba di un cicisbeo del settecento) –, vi abbigliate tutti con abiti così bizzarri?»
«Li trovate bizzarri – domandò un po’ delusa –? Li indosso perché mi piacciono: li ho raccolti nell’arco di diverse vite umane e credo mi donino molto. Tutto qui». Indicò la sua birra che nessuno dei due aveva assaggiato: «Non bevete? Credevo che, vivendo in un pub, vi piacesse molto la birra».
«A dire il vero preferisco il tè verde».
«Capisco».
«Siete molto graziosa. Nel corso dei miei studi suoi vostri simili, ho notato che questa è una caratteristica abbastanza frequente tra di voi. Mi sbaglio forse?»
«Oh, non sapete quanto, caro dottore. Vi assicuro che ci sono alcuni vampiri decisamente fuori dai canoni correnti di bellezza e questi – un po’ per scelta, un po’ perché costretti – hanno modi brutali e violenti». Flannait si sistemò il panciotto e io divenni paonazzo. «Ad altri invece la natura concede un certo ascendente sugli esseri umani: è una virtù utile che facilita la caccia. E poi – come insegna quella scrittrice di Cork – la bellezza sta negli occhi di chi guarda».
«Si tratta di un inganno?»
«Questa è una domanda molto sciocca, dottore. Come si può ingannare qualcuno che non sia disposto ad essere ingannato?»
«Perché voi siete venuta da me e invece i vostri simili mi hanno ignorato?»
«Innanzi tutto – disse lei accavallando le gambe fasciate in un paio di pantaloni da caccia alla volpe – io non ho mai detto che i miei simili vi abbiano ignorato. Come vi dicevo non mi interesso di quello che fanno gli altri vampiri. Poi, in risposta alla vostra prima domanda, sono qui per un motivo molto semplice: mi andava».
«Siete piuttosto frivola per essere un vampiro».
«Mi preferireste più lugubre, dottore?». Protestò lei divertita: «Mi annoio moltissimo e sono alla continua ricerca di diversivi. Suppongo sia per questo che non ho ancora consumato il mio spuntino e stiamo conversando così amabilmente. Vi ho forse deluso?»
«Assolutamente no – mi affrettai a precisare –, è che i vampiri che avevo studiato fino ad ora – i vampiri del continente – sono molto differenti da voi vampiri inglesi».
«Questo spariglia i vostri progetti, suppongo. Sappiamo come trattano i nostri simili in Europa, le voci corrono. I vampiri inglesi non accetterebbero mai un trattamento simile. Non parlo a nome di nessuno sia chiaro, ma se i vostri padroni (perché voi ne avete, giusto?) volessero un rapporto differente con noi – magari che sia di reciproco vantaggio – è bene che tengano conto della nostra indole indipendente».
«Prenderò di petto… Volevo dire: affronterò la questione a Londra, sempre ammesso che io sopravviva a questa nottata. Un’ultima domanda: esiste un modo per uccidervi?»
Flannait scoppiò a ridere: «Mi chiedevo quando l’avreste chiesto, dottore. Molto saggio da parte vostra sollevare la questione in maniera così discreta. Sapete, anche io mi diletto di ricerca e ho scoperto nel cimitero di Arbour Hill una lapide con inciso il vostro nome. Pensavo si trattasse di un caso di omonimia ma, indagando meglio, mi sono dovuta ricredere. Quella tomba è proprio la vostra dottore quindi, dato che non siete come me, esattamente cosa siete?»
«Non posso rispondervi».
«Lo immaginavo, sfortunatamente lo stesso vale per me. Voi siete un uomo buffo, dottore e mi divertite. Per quanto mi compete questa notte non vi torcerò un capello, per gli altri miei vicini sono affari vostri. In fondo siete stato voi a invitarli». Così dicendo si alzò, si rimise tabarro e cappello.
«Se avessi nuovamente bisogno di voi dove potrei trovarvi?»
Esitò per un istante, poi disse: «Lasciate un messaggio appeso all’ontano che cresce nel cimitero accanto alla Tiled House, a Ballyfermot. Ma, se ci tenete a non avere guai, evitare gli inviti espliciti».
«Tiled House? Non è quella casa della mano…»
«Sì – rispose spalancando la porta del pub – è proprio quella. E io vi troverò sempre qui, immagino».
«Non credo, Miss Blánaid mi sbatterà fuori: dice che non fa la carità agli straccioni».
«Forse dopo questa notte cambierà idea». Suggerì lei e poi uscì in strada.
«Miss Blánaid – chiamai – se ne è andata, potete tornare qui se volete. Miss Blánaid, siete diventata sorda? Miss Blánaid…».
Povera Miss Blánaid – pensai constatando coi miei occhi quel che era successo in cucina durante il mio dialogo con Flannait –, eravate così giovane. Il progresso esige sempre sacrifici crudeli.

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