Il corpo di Carmilla

II – Io comando l’inferno

Napoleone BonaparteIl paesaggio mutava sempre. A volte era un deserto soffocante, un ponte, un bosco, una forra in cui transitare in fila indiana oppure (la sua preferita) una distesa infinita di neve farinosa. Eppure – nonostante le inevitabili variazioni sul tema – c’era una costante comune a tutti i campi di battaglia. Napoleone Bonaparte la cercava senza successo da più di cento anni, era la sua ossessione.
L’imperatore osservava incuriosito lo scenario bellico: una pianura ondulata, chiazzata d’erba fresca e odorosa, delimitata da un bosco di conifere sulla destra e da basse colline coltivate a vite sulla sinistra. Il bosco si estendeva per diversi chilometri fino ad arrivare alle montagne che si intravedevano in lontananza. Non si sentiva un alito di vento, per la sua fanteria quella era la condizione ideale.
«Disponete l’artiglieria meccanizzata sulla sinistra – disse Napoleone accarezzando il cavallo su cui era appollaiato –, sopra quella collina».
«Ma imperatore, così la nostra fanteria sarà sotto tiro».
«Eseguite». Rispose laconico Napoleone infagottato nel suo mantello.
Grandi masse di soldati – fradici per la pioggia caduta ininterrottamente per tutta la notte precedente – si muovevano curvi sotto il peso dei propri armamenti. Erano tanti uomini, sì, ma si spostavano silenziosi come fossero un corpo unico: una poltiglia grigiastra fatta di carne e ferro che lentamente inghiottiva la pianura. Tra loro c’erano soldati talmente mutilati da essere irriconoscibili.
Il Genio Militare era intervenuto sostituendo gli arti perduti con spaventose protesi meccaniche. L’industria bellica francese ogni volta si superava sfornando braccia che erano anche mortai, seghe e pugnali, gambe che – all’occorrenza – potevano troncare in due un uomo con un calcio e tutta una serie variegata e infinita di strumenti di morte. Quegli orribili accessori si contavano a decine di migliaia tra i soldati francesi ridotti a puzzle umani. Li avevano rappezzati con braccia arrugginite di ogni tipo, gambe scheletriche di zinco scheggiato, articolazioni delle spalle a fisarmonica, colonne vertebrali dentate e ammortizzate, calotte craniche rinforzate in acciaio: i migliori prodotti di distruzione derivati dall’invenzione di d’Alembert. Su quel mare di disperati aleggiava un odore insopportabile di olio lubrificante e polvere da sparo.
Sul fronte opposto si dispiegava diligentemente l’esercito prussiano diviso in battaglioni. Nelle loro lucide uniformi color pece, davano l’idea di preparare una partita a scacchi più che una battaglia. Stridevano enormemente con l’immagine d’insieme tutt’altro che ordinata.
«Sono fuori posto». Osservò Napoleone.
«Indubbiamente, imperatore». Si affrettarono a rispondere i membri del gabinetto di guerra. «Si sono mossi troppo in fretta, a quanto pare ignorano la gittata delle nostre armi: l’artiglieria meccanizzata può colpirli già adesso».
«L’artiglieria aspetti il mio ordine – aggiunse Napoleone –: prima vada la fanteria di linea, poi date ordine agli ussari di fare strage tra i superstiti. Che lascino qualcuno in vita però, devono sapere cosa siamo venuti a fare».
«Il terreno è pesante – osservarono i generali del gabinetto di guerra – la cavalleria potrebbe avere problemi».
Sul volto di Napoleone si aprì un largo sorriso: «Eseguite».
I fanti francesi si mossero ciondolando di qua e di là; impugnavano i fucili come se fossero degli orpelli utili solo ad abbellirli un po’. Ottusi e inarrestabili, erano loro la vera forza della Grande Armée. I prussiani rimasero interdetti da quell’avanzata silenziosa e claudicante, reagirono muovendosi con tutti i battaglioni: le prime file col fucile spianato, le ultime pronte a intervenire al loro turno. Arrivati a distanza di tiro i prussiani aprirono il fuoco. I francesi no.
Il fumo coprì la pianura nascondendo ogni cosa, appiccicandosi alla faccia e costringendo gli uomini a tossire rumorosamente. Gli ufficiali prussiani incitarono i propri uomini, paralizzati dalla paura, a proseguire nell’avanzata, ma quel muro di fumo nero e il silenzio irreale smorzavano ogni coraggio.
Poi i francesi emersero dalla fuliggine ridotti a brandelli, sanguinanti eppure totalmente indifferenti a qualsiasi dolore: puntarono i fucili contro il nemico e fecero fuoco. Le prime file prussiane crollarono tra urla e rantoli strozzati, dalle retrovie si affrettarono ad arrivare i rinforzi ma non servirono a nulla. Non appena i due fronti furono a distanza utile per l’arma bianca i francesi si liberarono dei fucili e sguainarono i loro armamenti preferiti. Quella che seguì fu un’interminabile mattanza cadenzata dal coro dei francesi che intonavano una lugubre Marsigliese. Ogni tanto si sentivano degli spari e le urla dei prussiani. Nel giro di pochi minuti due battaglioni prussiani vennero fatti a pezzi.
«Mandate gli ussari del reggimento Esterhazy». Ordinò Napoleone.
Gli ussari arrivarono al galoppo come diavoli scatenati sollevando al loro passaggio grosse zolle di terra e travolgendo qualsiasi cosa, amica o nemica. Attaccarono i fianchi dello schieramento nemico penetrando con facilità tra le fila dei soldati e dividendo i battaglioni superstiti in piccoli gruppi vulnerabili, condannati a morte certa. I fanti francesi non si curarono della cavalleria e continuarono a macellare prussiani aiutandosi con la forza dei loro arti meccanici: strappavano, tagliavano, infilzavano qualsiasi cosa si parasse loro davanti.
Un gruppo di prussiani riuscì a isolare un ussaro, lo circondarono e fecero fuoco sul suo cavallo. L’animale non fece una piega: si girò su se stesso e, con un calcio, sfondò il cranio a uno di loro. Le pallottole erano servite solo ad ammaccare le sue protesi di zinco. L’ussaro scese a terra, si arricciò i grandi baffi, sfoderò la sciabola e, ridacchiando, cominciò la sua mattanza privata.
«Fuoco con l’artiglieria». Sussurrò Napoleone e la pianura si trasformò in un inferno puntellato da fiamme altissime. «Credono di poter giocare alla guerra con me, ma io non comando un esercito, io comando l’inferno».
«Magnifica battaglia, imperatore». Osservarono i generali del gabinetto di guerra.
«Sistemate i superstiti che possono ancora combattere – dispose l’Imperatore –. Ai prigionieri, se ce ne fossero, garantisco la vita se decidono di combattere nella Grande Armée, tutti gli altri fucilateli sul posto. Ai miei bravi soldati concedo carta bianca per l’intera nottata. Domattina si procede: la guerra non attende».
Il resto della giornata, fino al tramonto, per Napoleone fu occupato dall’usuale, insopportabile senso di vuoto che seguiva ogni scontro. Infagottato in un’uniforme troppo grande (adatta a un uomo alto il doppio di lui) percorse l’accampamento in lungo e in largo immerso nei suoi pensieri. Ripensava al faraonico funerale di Giuseppina, si domandava di nuovo – se l’era chiesto fin dalla sua morte – perché si fosse rifiutata di farsi impiantare un’Alembrite.
Capannelli di fanti imbrattati di sangue e fango si sistemavano a colpi di martello le protesi meccaniche malconce. Qualcuno mangiava seduto per terra con lo sguardo fisso nel vuoto, qualcun altro affilava la lama della sua baionetta. Molti – distesi su tavolacci – si sottoponevano a ulteriori interventi chirurgici per sostituire parti del proprio corpo, rese inservibili dallo scontro, con protesi meccaniche. Un ussaro con una folta barba incolta se ne stava appoggiato a un albero: leggeva Voltaire a voce alta e rideva sguaiato.
«Ci tengo a morire da essere umano, piccoletto». Gli aveva spiegato Giuseppina. Ma Napoleone – che non sopportava di vederla scheletrica, distesa sul letto di morte con in testa un’aureola di capelli scarmigliati e grigi e addosso un lurido sudario – si rifiutò categoricamente di comprendere.
Che senso aveva piegarsi ai capricci della natura, quando la scienza poteva dispensare l’immortalità? Certo, l’intervento era doloroso, ma ne valeva sicuramente la pena. Avere un’Alembrite significava poter sostituire senza problemi qualsiasi parte del proprio corpo (cervello escluso, naturalmente) con protesi e organi meccanici. «Stupida». Le aveva risposto, frustrato per la sua incapacità di trovare argomenti più convincenti per costringerla a rimanergli accanto.
Giuseppina morì il giorno in cui la Francia e l’Impero Britannico firmarono il trattato di non belligeranza: non avrebbe assistito al suo ritorno in scena da grande condottiero e questa – agli occhi di Napoleone – era la sua colpa più grave. Nei giorni successivi alla sua morte, Napoleone obbligò per legge tutti i cittadini francesi all’impianto dell’Alembrite: «Aggiungerò Immortalité ai tre principi della Rivoluzione».
Giuseppina non fu l’ultima e neppure la prima, ma sicuramente fu quella che lo segnò più di tutte. Più ancora di quella prostituta di Nantes che gli aveva insegnato ad amare. Ora l’imperatore – smembrato, rattoppato e forgiato dagli ingegneri della ditta d’Alembert – era adatto solo alla guerra, poteva dispensare solo morte.
Napoleone fece riattare alla meglio il municipio di un paesino nei dintorni dell’accampamento e si stabilì là per passare la notte. Dai villaggi e dai paesi vicini fecero venire tutte le donne: gli ufficiali le fecero sistemare e vestire per il ricevimento. L’imperatore concludeva così ogni sua conquista, con una macabra parodia delle feste che si tenevano a Parigi.
Le donne, schierate davanti a Napoleone e agli ufficiali in alta uniforme, tremavano dalla paura. I generali dello stato maggiore – presenti come sempre ai festini dell’imperatore – cercavano di mascherare come potevano la noia. Nessuno osava protestare, l’ultimo che aveva sollevato dei dubbi sulla moralità di quelle feste era finito a fare la guardia all’Isola del Diavolo. E poi al popolo francese piaceva cianciare sulla leggendaria virilità di Napoleone, faceva tutto parte del suo personaggio almeno quanto la questione della bassezza.
L’imperatore sfoggiò il suo miglior sorriso e, guardandole dal basso verso l’alto, passò in rassegna le invitate come faceva coi suoi soldati: «Lei è molto bella. Lei è ancora più bella. Bella anche lei».
Poi notò in fondo alla fila una ragazza col volto rigato dalle lacrime: la somiglianza era impressionante.
«Ma lei è bellissima mia cara, che magnifici capelli neri? È un nuovo taglio? Perché piange? Dovrebbe essere felice invece. i vostri figli e i vostri nipoti vi ringrazieranno perché, diventando cittadini francesi, li renderete liberi. A voi tocca solo un poco di sofferenza, nulla di più. Del resto non basta accarezzare un pezzo di ferro per farlo diventare una buona spada, è necessario colpirlo incessantemente, bagnarlo nel fuoco e nel ghiaccio finché non sia in grado di tagliare qualsiasi nemico».
La ragazza scoppiò a piangere.
«Che ha da piangere tanto?» Chiese Napoleone al suo stato maggiore.
«Pare che suo marito fosse nel contingente prussiano, imperatore, ed è morto oggi».
«Oh, poverina. Che terribile disgrazia – si rammaricò l’imperatore –: voglio lei e altre cinque».
Di quelle sei donne nessuno seppe più nulla.

Andrea Cattaneo

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