La Dama del Bosco
L’erba tiepida di sole solleticava debolmente le sue guance e il suo naso. Aveva giocato tutto il pomeriggio, poi, stremata, si era accoccolata ai piedi di quella quercia abbattuta. I germogli nati dal ceppo parevano infinite braccia scheletriche volte a carpire la giovane in un abbraccio infernale.
Ma lei era così stanca che il sonno l’aveva sopraffatta proprio lì, nel boschetto.
Non aveva avuto modo né tempo per tornare a “casa”, quella volta.
Avrebbe dovuto usare maggiore cautela, pensò.
Quella sera doveva ricordarsi di prendere la strada che portava al cimitero.
Quando non cacciava, come in quei giorni, la fanciulla occupava il suo tempo in giri solitari e pensosi, canticchiando tristi melodie riempiva il silenzio spettrale delle prime ore dell’alba e di quelle all’imbrunire. Si aggirava passeggiando per il bosco, spiava la vita dei piccoli animali che lo abitavano. Essi però fuggivano intimoriti la sua presenza, più ancora di quanto fuggissero quella degli esseri umani. Così almeno le era sembrato. Quando non trovava di meglio, allora, si perdeva nella contemplazione di lunghe file di indaffarate formiche o di laboriosi ragni.
Quando non era a caccia, il tempo era un bene abbondante che poteva scialacquare con regale prodigalità. Solitamente, lo utilizzava occupandosi del proprio aspetto.
Non voleva rinunciare alla sua bellezza. Amava gli ornamenti e i gioielli, in giorni ormai lontani era solita ammirarne il fulgore e la magnificenza. Ma erano ricordi di un’altra vita. Anche ora se ne adornava con voluttà e compiacimento, solo, non erano più gli stessi di un tempo. Aveva monili di gusci vuoti di nocciole, spaccate con una pietra e bucate con perizia. Conservava in un tronco cavo ogni suo tesoro, collane di piccole bacche rugose, diademi di lucenti ciottoli di fiume, posticci di paglia intrecciata con profumate erbe di campo, pungenti ricci selvatici per guarnire la sua chioma, folta come la criniera di un destriero destinato a rimanere indomito e selvaggio.
Aveva scoperto che, togliendo ai cervi volanti le loro magnifiche corna, poteva utilizzarne le estremità aguzze per appuntarsi lembi della veste in vario modo e cambiare così la foggia del proprio abito, che era sempre lo stesso, troppo semplice per i suoi gusti un tempo assai più ricercati.
Aveva anche indovinato che per ravvivare l’incarnato esangue occorreva impiastricciare le gote con le bacche del sorbo selvatico, mentre per dare vita alle labbra bastava bagnarle col succo di ciliegie mature.
Per conferire splendore allo sguardo, invece, bisognava intingere la punta dell’indice nelle ali delle farfalle e passare quel multicolore, iridescente ed impalpabile velo sulle palpebre. Talvolta le capitava di accorgersi che le farfalle poi non riuscissero più a spiccare il volo.
Ne strappava allora le ali con secca decisione e, sorridendo, le fermava con una spina di rosa a un angolo dello scollo. Nessuna bellezza, nessuna grazia dei tesori del bosco doveva andare perduta.
Il giorno passava veloce, sapeva come tenersi occupata.
Non le piaceva invece muoversi di notte.
Ne era affascinata, ma al tempo stesso temeva la lunga, cupa, fredda immobilità di quelle ore assai più vuote e interminabili di quelle diurne. E poi, come ripetevano i contadini davanti al fuoco: “se vaghi a tarda ora t’abomina la quercia, l’olmo s’addolora e il salice cammina”.
Chissà se era vero che, di notte, i salici divelgono le proprie radici e si mettono a camminare furtivi borbottando alle spalle dei viaggiatori imprudenti.
Non ne era affatto convinta.
Di notte non c’era mai nessuno in giro, non aveva compagnia.
La sua compagnia preferita, naturalmente, erano i bambini. Molto difficilmente incontrava bambini in giro da soli la notte. Ma il pomeriggio sì, ed anche la sera, talvolta. Nella bella stagione ad esempio non era difficile incontrarli: si attardavano a giocare, finché restava un briciolo di luce nell’aria, al limitare del bosco.
Lei amava i bambini.
Quando giungeva l’autunno cominciava a costruire per loro ghirlande di castagne, le bucava con schegge di legno, aveva le mani forti.
Le lasciava appese alle fronde più basse, talvolta accompagnava questi doni con frutti selvatici, bacche, composizioni di foglie secche dagli splendidi colori, piccole sorprese come frutti di melagrana lasciati seccare sul ramo e incartati poi in delicati merletti di minuscole ragnatele punteggiate di piccole perle di rugiada.
Faceva loro tanti regali, perché aveva un estremo bisogno dei suoi piccoli amici.
Li attirava sfruttando la loro insaziabile curiosità, li legava a sé contando sulla loro ingenuità e innocente fiducia.
Prima di affrontare il lungo inverno e ritirarsi a riposare per così tante settimane, doveva fare scorta di candidi, timidi, confidenti sorrisi. Senza il ricordo di quelle piccole manine strette nella sua, senza il conforto di quei fiduciosi abbandoni, quando li teneva fra le braccia e li cullava fino a farli assopire, incantandoli con le sue nenie ipnotiche e lamentose, non poteva scendere nel sepolcro gelido e polveroso per affrontare il lungo sonno.
Nessuno poteva dire che, per raggiungere i suoi scopi, facesse del male alle sue piccole vittime.
Non si dibattevano, non morivano impaurite o affrante, il sangue in quel caso avrebbe conservato memoria del loro terrore e avrebbe saputo di fiele, sarebbe stato un’amara medicina per la sua malattia anziché un nettare prelibato per il suo palato esigente.
Lei si accostava delicatamente, con infinita pazienza aspettava il momento in cui erano scivolati nel sonno più profondo e solo allora addentava quelle gole tenere e indifese, bianche come la neve che sarebbe caduta per giorni e giorni a venire, soffice e candida, sulle campagne circostanti il castello e sul cimitero.
No, non faceva loro alcun male. E poi, cos’è il Male? E cosa il Bene?
A che servono?
Lei sapeva solo di risparmiare di certo a quei piccoli un inverno di probabile rigore, di gelo e di stenti.
Quanti bambini morivano d’inverno al villaggio, per il freddo, la fame e le malattie.
Quanto giovane sangue sprecato.
Il sangue, il sangue. Il sangue ora era la sua unica, vera, assoluta ragione di vita.
Il sangue era il suggello di ogni sua azione. Persino della sua vita precedente, peraltro del tutto cancellata, le uniche cose che ricordava con distinzione erano quelle legate al sangue.
Rammentava nitidamente di esser stata una fanciulla sensibile e molto emotiva, che soffriva dell’uccisione anche del più piccolo essere, né sopportava la vista del sangue o di animali morti.
Ricordava assai bene anche lo spavento e l’impressione che le aveva procurato il fatto di essere, un giorno, in mezzo a tanto sangue, diventata una donna.
Ma ora tutto era differente.
La Dama del Bosco, così sapeva di esser chiamata, non temeva più il prezioso liquido vermiglio.
Quando succhiava il sangue delle sue giovanissime prede lo faceva anzi con tenero trasporto; era con dolce affetto che suggeva la linfa vitale di quegli essere puri.
Non era mai un banchetto troppo abbondante, la fame tornava rapida a asserragliarle la carne nel volgere di un paio di giorni, ma, in compenso, il gusto che dava quel nettare delizioso e incontaminato ancora dalle brutture della vita era incomparabile.
Finito il pasto, riportava la piccola vittima ai luoghi che le erano più cari e familiari.
La adagiava nei pressi della dimora che aveva indovinato essere quella della sua famiglia e accompagnava la riconsegna con un gesto d’affetto, un piccolo dono silvestre da reggere tra le mani o infilato tra i riccioli morbidi.
Dopo quella prima volta nel bosco attorno a Drunstall e l’incontro con quel ragazzo nel nascondiglio sotto il larice, aveva cercato di essere più prudente, ma all’inizio tutto è sempre più difficile. Si era nascosta per un po’ poi la fame l’aveva costretta ad uscire allo scoperto.
Il primo anno della sua nuova vita, quando era tornata la primavera, perché essa tornava puntualmente – del resto, si possono anche strappare tutti i fiori che nascono, ma non si può impedire alla dolce stagione di sbocciare ancora e ancora – mentre la natura gridava per l’ennesima volta al mondo la sua pervicace bellezza, dal canto suo la fanciulla aveva sperimentato per la prima volta la sete e il bisogno.
Si aggirava, famelica e impaziente, tra le campagne intorno al castello e nei boschetti adiacenti alla tenuta degli Spielsdorf. Da quel momento in avanti, la primavera sarebbe rimasto il periodo in cui pensava solo e sempre alla caccia. Il languore la spingeva ogni giorno di più in prossimità dell’abitato, lo sguardo era quello di una mendicante dilaniata dai morsi della fame, il suo aspetto invece richiamava all’immaginazione una ninfa silvana.
La caccia proseguiva per giorni. Quando aveva placato la fame atavica che l’attanagliava al risveglio dal lungo sonno, poteva tornare a occuparsi di cose futili, come giocare nel bosco, scrutare gli animali e gli insetti, decorare i lunghi capelli castani lasciati sciolti sulle spalle con cangianti elitre di libellule o delicate corone di petali profumati.
Le prime volte che era tornata a colpire dopo il lungo sonno era capitato che, inavvertitamente, per imperizia o ingordigia, si fosse macchiata l’abito col sangue delle sue vittime. Aveva presto imparato che solo con l’acqua gelida del fiume che scorreva in mezzo ai campi a poco distanza dal castello (e che ora era gonfio per il disgelo delle nevi invernali) poteva cancellare le tracce di un banchetto appena conclusosi.
Era stata avvistata talvolta nel corso di queste operazioni furtive.
Gli avvistamenti avevano incrementato la leggenda. Persuasa dal succedersi delle morti, la popolazione aveva cambiato idea su di lei. Ora credevano che la sua presenza fosse quella di uno spirito presago di sventura, che infestava i corsi d’acqua nei tratti più desolati, lavando gli indumenti macchiati di sangue di coloro che stanno per morire. I contadini dicevano che fosse lo spettro di una donna morta di parto, destinato a svolgere il proprio compito fino al giorno in cui avrebbe dovuto morire normalmente.
Quando era diventata più abile e consumava i propri pasti senza lordarsi, gli avvistamenti e le dicerie erano andati scemando di pari passo, ma era rimasto intatto il tremebondo rispetto con cui gli abitanti del villaggio alludevano alla sua presenza.
Anche lei aveva rispetto delle sue vittime, sia in vita che nella morte.
Come le suonavano strane, inconsuete, quelle parole. Vita, Morte. Cos’erano infine quelle due astruse, incomprensibili condizioni? Non esisteva la vita, come non esisteva la morte.
Lei era stata sbalzata fuori dal Tempo, l’Essere e la Vita la riguardavano marginalmente, e così pure oscuramente intuiva come anche la Morte fosse diventata una eventualità assai remota.
Esistevano la caccia e il riposo.
La premura di procurarsi energia fresca e lo svago, qualche volta il tedio.
Per tutto il resto era e si sentiva libera da qualsiasi legame, vincolo e impegno di quelli che riguardavano il consorzio umano.
Solo ogni tanto, se le capitava, ma occorreva di rado, di volgere lo sguardo al castello, sentiva pungere da qualche parte in mezzo al petto la fitta lancinante di un’antica ferita.
Un giorno che la sensazione era più acuta delle altre volte si era spinta in prossimità del maniero.
Voleva comunque visitarlo da tempo, mirava a procurarsi un po’ del rampicante sempreverde che tappezzava la parete esterna dello schloss. Lo desiderava per abbellire le maniche della sua veste.
Una volta arrivata aveva curiosamente e velocemente compiuto il giro delle mura, guardando nelle sale a pianterreno.
Quella che dava sul parterre d’erba all’entrata, al centro del quale zampillava una fontana con dei tritoni, era occupata da una ricca biblioteca.
Un uomo solo, un vecchio dall’aria logora e infelice sprofondava, aggrappandosi a una coppa di cristallo in cui fluttuava un liquido ambrato, in un’ampia poltrona di damasco color porpora.
Guardando l’anziano signore, tristemente insaccato fra morbidi cuscini e stoffe preziose, la fanciulla sentiva, in qualche maniera sorda e potente, che qualcosa l’aveva legata a quell’uomo.
Ricordare era come cercare di rammentare dove fosse conservato un oggetto dimenticato tempo e tempo addietro.
Bertha sapeva che c’era qualcosa, nascosto, ma scavava e scavava con gli occhi quel viso, e quel viso restava un muto enigma.
Guardava quei tratti e l’unico pensiero che le suscitavano era di ripulsa.
Chissà che sangue rivoltante doveva ormai scorrere nelle vene del vecchio, pensava strappando con rabbia mista a disgusto il tralcio d’edera che, abbarbicata al muro, incorniciava la finestra del castello.
Patrizia Birtolo
1 marzo 2010
Scritto da Patrizia Birtolo
3 responses to La Dama del Bosco
Che personaggio fantastico questa Bertha, non vedo l’ora di leggere come andrà a finire la sua storia…
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