IV L’istinto del vampiro
Per Bertha si era trattato di un incubo osservato con distacco. La lucidità andava e veniva a ondate con i ricordi più violenti: il dolore al collo, il freddo alle dita di mani e piedi, la fitta al petto, l’estrema unzione, il coperchio della bara che veniva sigillato e, infine, il tonfo della terra con cui l’avevano ricoperta. Poi nient’altro che buio e silenzio.
«Millarca». Bisbigliava Bertha con gli occhi spalancati a fissare l’oscurità. Non c’era aria sottoterra, solo l’odore delle camelie appassite. «Millarca».
Da bambina andava spesso a visitare la tomba di sua madre. L’accompagnava suo padre quando ancora poteva muoversi; prendevano un tram che attraversava la città. Suo padre era entusiasta dei mezzi a motore: moderni, veloci e rumorosi. Lei li tollerava per farlo contento: capiva che per lui quello del viaggio in tram verso il cimitero era una specie di rituale. Non avrebbe mai saputo altro.
Sul letto d’ospedale suo padre le sembrava uno scheletro. Dalle finestre si vedevano i tetti di Vienna e, più su, le nuvole spinte dal vento. Lui era deluso ma Bertha era troppo piccola per capire e non riuscì a domandargli che cose stupide.
Mentre Bertha si perdeva nei ricordi le stagioni si alternavano indifferenti un metro e mezzo sopra di lei. Le camelie erano diventate polvere e il suo sudario uno straccio. I capelli, al contrario, erano immutati. Su tutto il suo corpo si era posato uno strato di polvere come su un mobile dimenticato da tempo. Non sentiva più il freddo, la fame e neppure il dolore, solo una vaga irrequietezza.
Incontrò il generale Spielsdorf d’estate, glielo presentò suo padre che l’aveva convocato in ospedale perché non gli rimaneva altro da fare.
«Bello scherzo mi fai, cognato!» Aveva detto il generale ignorando la bambina: «Sai cos’ho passato per te e per lei? Ho rinunciato a tutto e per cosa: per crescere vostra figlia?»
Poi il padre di Bertha aveva pianto e implorato, alla fine anche lei si era messa a piangere e Spielsdorf l’aveva fissata combattuto sul da farsi. «È impressionante».
«È il suo ritratto».
«Sei sempre stato la mia disgrazia, tu. La figlia che hai avuto, contro la mia volontà, dalla mia amata sorella ora diventa mia. Non ho potuto tenermi la madre e ora ottengo la figlia come risarcimento. Il buon Dio ha uno strano senso dell’umorismo». Il padre di Bertha aveva ricominciato a piangere.
«La fai facile, non è vero? Apri i rubinetti e ottieni quel che vuoi. È troppo piccola per vivere con me. La manderò in un collegio e verrà in Stiria quando avrà quattordici anni; per allora spero diventi più civile di come è ora».
«Alla nostra famiglia non resta che lei». Aveva bisbigliato il padre di Bertha.
Il generale non piaceva a suo padre, lei invece ne era affascinata.
Una vipera penetrò nella bara e le strisciò sulla gamba sinistra fino a raggiungere il suo petto, qui si paralizzò pronta a mordere: era terrorizzata.
Della morte di suo padre ricordava solo l’odore dei crisantemi. Il senso di vuoto che era seguito l’aveva traumatizzata al punto da costringerla ad alzare un muro per difendersi dalle emozioni. Accettò, come unica guida, solo il proprio istinto. I ricordi confinanti col funerale, a furia di essere negati, divennero inconsistenti e non si lasciarono mai più richiamare.
Poi ci furono gli anni in collegio e le ginocchia sbucciate e sporche di terra. Si comportava male, protestavano le istitutrici, perché? Non rispettava nulla, perché? Ma una risposta convincente non c’era, Bertha seguiva solamente il proprio istinto. Le piaceva correre, rotolarsi per terra, arrampicarsi sulle piante, scavare fino a graffiarsi le mani. Era pazza, sostenevano le istitutrici, completamente folle. Il generale però non le ascoltava; si limitava a versare la retta aggiungendo qualche extra per il disturbo.
La vipera le aveva iniettato nella mano destra il proprio veleno. Bertha aveva addentato il rettile senza alcuna ragione. Aveva prosciugato la vipera di tutto il suo sangue, poi l’aveva cullata come una bambola. Questi gesti sgomberavano un po’ di confusione nella sua testa. «È l’istinto del vampiro»: sussurrò alla vipera. E l’istinto, come sempre, era impossibile da fraintendere.
I ricordi calarono nuovamente su di lei come orde: era estate e il giardino del collegio era fiorito. Le genziane e le aquilegie riempivano l’aria coi loro profumi soffocanti, ma lei era triste: quella sarebbe stata la sua ultima estate al collegio. Doveva raggiungere il generale. A Graz Spielsdorf l’attendeva per scortarla fino alla sua tenuta. Nel salutarlo lei lo baciò su una guancia e lui si irrigidì come se l’avessero pugnalato: per tutto il tragitto, non riuscì a staccarle gli occhi di dosso.
«Di cosa avete paura?»
«Come?»
«Ho detto – mentì lei indicando i boschi e le vette innevate che si vedevano in lontananza –: che meravigliosa natura».
Tutte le mattine lo salutava nello stesso modo: baciandolo su una guancia. A poco a poco Spielsdorf smise di irrigidirsi e, col tempo, cominciò ad aspettare con ansia la colazione per poter ricevere quel casto bacio da Bertha. Non riuscì a dire nulla quando sua nipote, come se nulla fosse, una mattina lo baciò sulle labbra.
Il giorno seguente il generale trovò, sparse sul suo scrittorio, delle lettere d’amore destinate a Bertha che la ragazza aveva scritto per farlo ingelosire. Su quei fogli lei descriveva goffamente qualcosa che non conosceva e che immaginava vagamente. La sua fantasia, per colmare le lacune, ricorreva candidamente agli stereotipi dell’amore cortese. Spielsdorf capì subito chi era l’autore.
Bertha era cambiata molto da quando viveva con lui: una ragazza curata e sempre molto elegante aveva preso il posto del maschiaccio che aveva affidato al collegio. Tutto questo per lui. «Deve essere questo – si disse – quel che provano i padri adorati dalle proprie figlie». Poi sorrise, infilò le lettere in un cassetto e si precipitò in sala da pranzo per la colazione e per il suo bacio.
L’invito al ricevimento del conte Carlsfeld arrivò inatteso in tarda mattinata. Spielsdorf voleva rifiutare, ma si lasciò convincere facilmente da Bertha ad andarci.
Distesa nella bara Bertha non trovava pace e non riusciva a capire perché. In realtà, durante questi vuoti che a volte duravano mesi, non le riusciva di capire nulla. Della vipera non restava più nulla e lei era di nuovo inquieta. Cosa suggeriva il suo istinto?
Alla tenuta del conte Carlsfeld tutti indossavano una maschera tranne lei e suo zio. Spielsdorf, che era lo zimbello della nobiltà di Graz, non era stato informato che quella sarebbe stata un serata in maschera. In realtà era stato invitato proprio in qualità di zimbello e difatti, lui e la nipote, da che avevano messo piede nella tenuta erano stati oggetto di frecciatine e freddure di ogni genere.
Lei invece si limitava a fissarla in disparte. Bertha ne era certa anche se la misteriosa invitata indossava una maschera raffigurante il muso di gatto. Per un po’ l’ospite mascherato le girò attorno come se la stesse valutando, poi si appartò per parlare fitto con una donna dai bellissimi capelli argentati. Entrambe portavano con eleganza e discrezione gioielli impressionanti: Bertha le osservava ammirata.
Dopo pochi minuti, che a Bertha sembrarono ore, la donna dai capelli bianchi si avvicinò al generale con l’evidente intenzione di distrarlo e la misteriosa invitata si sedette accanto a lei su un sofà.
«Scusateci se vi abbiamo fatto aspettare – esordì la ragazza –, queste cose richiedono sempre un sacco di tempo».
«Mi stavate osservando, perché?»
La ragazza si lasciò sfuggire una risata cristallina: «Ci siamo riconosciute immediatamente, ma volevo essere certa di non sbagliare. Voi invece avevate capito tutto fin dall’inizio, non è vero?»
«Cosa avrei dovuto capire?»
«Che io vi condurrò alla morte, naturalmente – rispose con gaiezza la ragazza –. Fa tutto parte del gioco, di quel freddo protocollo di cui tutti si riempiono la bocca. Che noia! Piuttosto, io so certe cose di voi che preferireste tenere segrete».
«A cosa vi riferite?»
«Al vostro amante, naturalmente». Ribatté la ragazza divertita. «Confidate troppo nel vostro cuore, mia cara. Per lui – è vostro zio, non è vero? – non sarete mai altro che una bambina. Alla lunga vi annoierà e voi lo sapete meglio di chiunque altro. Ora chiederete il mio nome anche se, durante la serata, l’avete già sentito pronunciare da mia madre più volte. Non si può proprio evitarlo».
«Come vi chiamate?»
«Millarca Karnstein, ma con vostro zio mi chiamerete semplicemente Millarca».
Arrivò un gentiluomo pallido e vestito a lutto. Chiese alla donna dai capelli bianchi un’udienza privata e l’ottenne.
«Con lei – bisbigliò Millarca riferendosi a sua madre – le cose vanno sempre spedite: fa parte del suo modo brutale di intendere il protocollo. Ma io sono diversa da lei, sapete?» Millarca si sfilò la maschera e fissò Bertha dritta negli occhi: «Come vi chiamate?»
«Bertha Rheinfeldt».
«Siete sicura – domandò ansiosa Millarca – di voler andare avanti, Bertha?»
«Sì». Riuscì a dire Bertha incapace di distogliere lo sguardo da quel volto bellissimo, da quegli occhi luminosi e da quei capelli corvini. In vita sua non aveva mai visto nessuno più seducente e affascinante di quella misteriosa ragazza. Bertha ne era certa: un desiderio così intenso l’avrebbe condotta alla tomba.
Con un colpo sfondò il coperchio della bara: voleva uscire. Aveva allargato a fatica il buco nel legno, poi si era messa a scavare. La terra dura e compatta le franava addosso, ma lei non se ne curava. Non si domandava più perché non stesse soffocando o come potesse fare tutto quello con le sue sole forze, non si domandava più nulla. Spezzò la lastra di marmo con la stessa facilità con la quale si spezza un tozzo di pane e sbucò all’aria aperta.
Era una fredda notte di novembre. Una vera fortuna per un vampiro, si disse lei e poi anche quell’ultimo pensiero scivolò via: la ragione l’abbandonò definitivamente. Vagò per i boschi alla luce della luna correndo su un tappeto di foglie morte, tra i tronchi ghiacciati delle betulle.
Il fumo la investì di colpo: il vento era cambiato senza preavviso. Si coprì gli occhi istintivamente anche se, nelle sue nuove condizioni, non era realmente necessario. In una radura poco distante brillavano i fuochi di quattro falò. «Fuoco», disse divertita Bertha e avanzò senza alcuna precauzione.
Una ventina di contadini si stringevano attorno ai fuochi, li alimentavano con legna e ossa di capra. Le fiamme salivano alte verso il cielo: era uno spettacolo bellissimo e Bertha lo osservava con uno stupore infantile. Si accorse troppo tardi di avere tutti gli occhi dei presenti puntati addosso.
I contadini, pietrificati dalla paura, non sapevano come interpretare l’apparizione al limitare della radura di quella figura pallida, avvolta in un sudario: poteva essere una apparizione mariana, oppure un vampiro.
Bertha li passò in rassegna terrorizzata e poi ringhiò. Calò un silenzio denso interrotto solo dal crepitare dei falò. Poi una donna lanciò un urlo: «Scappate o ci ucciderà tutti». I contadini non se lo fecero ripetere e fuggirono urlando verso Drunstall.
Bertha, più spaventata di loro, fuggì nella direzione opposta e finì in un torrente che tagliava il bosco. L’acqua era gelida e lei si mise a nuotare per cercare di vincere la corrente. Era una sensazione già provata che, tutto sommato, non era per nulla spiacevole. Passato il panico raggiunse la riva e si distese a fissare le fronde.
«Millarca», disse singhiozzando.
«Questa è l’ultima volta che ci parliamo, Bertha», concluse Millarca abbracciandola sotto le lenzuola.
«Perché non possiamo aspettare un altro po’», riuscì a dire Bertha: la debolezza la stava uccidendo, parlare era diventato uno sforzo insostenibile.
«Tuo zio sospetta e, prima o poi, scoprirà cosa sono». Millarca le accarezzò le guance rigate dalle lacrime: «Per te non c’è speranza, non passerai la notte. Era quello che volevi e io ti ho accontentato». Bertha annuì. «Ora però, se mi ami veramente, mi devi ricambiare». Bertha le carezzò il ventre. «Morirai ma non devi avere paura: tornerai a vivere come me. Degli uomini di Praga ti verranno a prendere, ti spiegheranno ogni cosa e noi saremo nuovamente insieme». Millarca non attese risposta e si distese sopra di lei.
Due settimane dopo le autorità (informate dal curato del villaggio attraverso la posta pneumatica) mandarono a Drunstall un rappresentante. Si trattava di un ragazzino esangue, magro come uno scheletro e con lo sguardo vuoto. Sul suo volto erano visibili i segni dell’acne e, per darsi un tono, si era vestito a lutto.
Gli abitanti del villaggio lo accolsero tiepidamente, solo il saltimbanco gobbo – che, girando per la Stiria in compagnia del suo grosso cane, capitava spesso da quelle parti – si dimostrò fiducioso. Fu l’unico a offrirsi volontario per accompagnarlo nel bosco a indagare. Partirono all’alba e si inoltrarono silenziosi nella foresta preceduti dal grosso cane del saltimbanco («Lui la troverà, statene certo», aveva detto il gobbo).
«Perdonatemi – disse il gobbo –, voi siete di Praga? Sì. Lo immaginavo per via del vostro accento. Come mai le autorità hanno inviato un gentiluomo praghese? A Graz non c’era nessuno che potesse occuparsene? Deve essere stato un viaggio molto penoso per voi».
«Niente affatto, Herr… – chiese il gentiluomo praghese superando a fatica una grossa radice –? Non credo di sapere il vostro nome?»
«Tutti mi chiamano la Scimmia e anche voi, se avrete la bontà, potete chiamarmi così. E voi come vi chiamate?»
«Mi chiamo Servác Kubec. Ditemi: quel dispositivo che portate sulla schiena?»
«È una lanterna magica: sapeste quanto piace ai bimbi!»
«Una lanterna magica, dite – osservò Kubec dubbioso –. Strano: mi pareva un’altra cosa, che non dovrebbe trovarsi qui. Ma, ditemi, è davvero necessaria tutta quella roba che vi portate dietro? Cosa ce ne faremo di un violino?»
La Scimmia si arrestò facendo tintinnare le fibbie che pendevano dal suo vestito e che servivano per trasportare fioretti, maschere, violini e tutti i suoi strumenti di lavoro. «Questi mi servono per lavorare, se me li rubano sono rovinato. Non mi fido a lasciarli a Drunstall, la gente lì è strana. Si sono pentiti di avervi chiamato, sapete: ha dovuto insistere il curato. Da quando hanno visto il vampiro la fortuna ha cominciato a girare dalla loro parte: un tizio ha ereditato una grossa somma, la zitella del paese ha trovato marito e le vacche non hanno mai dato tanto latte. E poi i bambini: da quando è comparsa sembrano moltiplicarsi, un contadino la settimana scorsa ha avuto quattro gemelli! Pensano sia tutto merito suo e volete sapere un’altra cosa?»
«Dite, se è rilevante la scriverò nel verbale». Il bosco era diventato una spaventosa cattedrale di piante dal tronco enorme: qua e là il terreno sprofondava in piccole voragini simili a inghiottitoi il cui fondo era avvolto nell’oscurità.
«Sono convinti che sia una specie di divinità, tant’è che la chiamano la “dama dei boschi”. Vedremo se continueranno a venerarla quando comincerà a mangiare i loro bambini».
«Dunque si tratta di una femmina. Il vampiro ha già attaccato esseri umani?»
«Che io sappia nessuno».
«E quando l’hanno vista, ha detto loro qualcosa?»
«Ha ringhiato come un cane rabbioso e nient’altro».
Vennero interrotti dal latrare del cane della Scimmia. «Trovata – disse la Scimmia –. Deve essersi nascosta dentro quella voragine».
«Molto bene – replicò Kubec –, richiamate il vostro cane e attendetemi qui. Mi calerò in quella fossa per verificare».
«Siete impazzito? Se è veramente là non uscireste vivo».
«È pieno giorno: non sapete che i vampiri sono inoffensivi quando splende il sole?»
«Ma, se non fosse così?»
«Sciocchezze, fate come vi ho detto». Kubec non attese risposta e si diresse verso la voragine.
Si trattava di una fossa il cui ingresso, già di per se molto piccolo, era ostruito dalle radici di un larice di dimensioni ciclopiche. Kubec prese dal suo zaino una corda e la passò attorno al tronco dell’albero, poi se la fissò in vita. Si infilò a fatica tra le radici e scomparve definitivamente dalla vista della Scimmia.
«Lo so – disse la Scimmia accarezzando il suo cane –, quel ragazzo è pazzo e probabilmente a quest’ora è già morto. Devono proprio pagarli bene quelli dello Zaide per convincerli a rischiare così tanto: se avesse voluto veramente ucciderla mi avrebbe ordinato di incendiare il larice».
Passarono diverse ore senza che accadesse nulla, poi Kubec sbucò dalla voragine coi vestiti a brandelli e una grossa ferita che gli attraversava il petto. Perdeva molto sangue e farfugliava frasi sconnesse. «Portami a Durnstall, bisogna agire in fretta».
La Scimmia lo trascinò a fatica fino in paese e per tutto il tragitto si domandò come avesse fatto a sopravvivere. Raggiunsero la locanda dove li aiutarono ad arrivare fino alla camera di Kubec e a stenderlo sul letto. Poi Kubec chiese a tutti di lasciarlo solo con la Scimmia: «Vi serve un dottore?»
«Io sono un dottore. Prendetemi la borsa che è nell’armadio, apritela e vi troverete una busta; passatemela per cortesia». La Scimmia eseguì.
«Ora non giudicatemi male – disse Kubec aprendo la busta – il dolore è insopportabile». Prese l’oppio e se lo cacciò in bocca. Poi indicò alla Scimmia gli strumenti chirurgici fissati con dei lacci all’interno delle pareti della borsa. Si disinfettò e suturò la ferita, poi prese dal cassetto del comodino la sua pipa e la riempì di oppio.
«Siete stato prezioso, vi ringrazio. Ora vi chiedo un ultimo favore: passatemi carta e penna, devo redigere il verbale». Il giorno seguente, sorprendentemente, Kubec era in piedi e pronto per viaggiare.
«Vi siete preso un bello spavento – disse la Scimmia chiedendosi dove nascondesse tanta forza uno smilzo come Kubec – per avere così fretta di tornare a Praga. Restate qualche giorno per ristabilirvi».
«Siete stato un buon amico, Scimmia – rispose Kubec –. Ma devo consegnare il mio verbale».
«Mandatelo con la posta pneumatica».
«Devo consegnarlo personalmente».
«Lasciate almeno che vi accompagni fino a Graz, siete sicuro di poter cavalcare?»
«Carrozze non ce ne sono, non ho altra scelta; ma mi farà piacere la vostra compagnia».
Gli abitanti del villaggio li videro allontanarsi: Kubec a cavallo e la Scimmia – accompagnata dal suo cane – a piedi.
Si erano allontanati diversi chilometri da Drunstall quando la Scimmia afferrò le redini del cavallo di Kubec. «Qui può andare bene, non ci vedranno», disse il gobbo guardandosi attorno.
«Non capisco», protestò Kubec.
«Capirete», rispose la Scimmia afferrandolo per una caviglia e trascinandolo a terra. Kubec cascando gli strappò la camicia rivelando il complesso meccanismo che sostituiva metà del corpo del gobbo.
«Che scocciatura», commentò la Scimmia spezzandogli il collo. Il grosso cane del saltimbanco, accucciatosi vicino al cadavere del praghese, osservava indifferente.
«Eccolo qua – disse la Scimmia afferrando il verbale di Kubec nascosto nella borsa –. Vediamo un po’: “Individuazione di B.R. confermata. Il soggetto ha reagito al Protocollo regredendo all’età infantile (cfr. casistica ZP9014) e riportando alterazioni delle funzione dell’area di Broca. Comunicare è impossibile ed è sconsigliabile – per non aggravare le sue condizioni – inscenare una cattura e un processo posticcio. Consiglierei di eliminare il nominativo dall’elenco dei soggetti trattati, ma la direttiva di arruolamento obbliga a fare diversamente. Considerato il suo profilo psicologico mi sento di prevedere, con l’arrivo dell’inverno, un suo ritorno al luogo di sepoltura: ne farà la propria dimora. Urge intervento di una squadra di recupero ordinario”».
«Bene, il Barone aveva ragione sulla nipote di Spielsdorf e anche tu – disse la Scimmia rivolgendosi al cadavere di Kubec – almeno da morto togliti dalla faccia quell’espressione da santarellino. Sarai stato un ingenuo, ma ti devo dare ragione: il vampiro andrebbe eliminato e non recuperato».
Il cane della Scimmia sbadigliò scrollandosi di dosso la polvere.
Andrea Cattaneo


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