Lo scambio

Il fiacre ondeggiava docile e pigro lungo i marciapiedi di una Vienna grigia, ieratica e monumentale. La carrozza seguiva sul selciato l’ancheggiare sinuoso del Donau, di un blu cupo in quel tardo, indaffarato pomeriggio primaverile.
Accomodatasi con piglio autoritario in modo da occupare l’intero sedile con l’ampia gonna di taffetà nero, Matska sorrideva compiaciuta e beffarda all’indirizzo di Spielsdorf. Teneva le mani appoggiate sul pomolo di un piccolo ombrello da passeggio e di quando in quando batteva col puntale sul fondo della carrozza per sottolineare qualche sua asserzione.
«La ragionevolezza porta sempre molto lontano, Generale – disse la dama guardando di sottecchi il suo accompagnatore. – E, in affari, ripaga di più un briciolo di buon senso che mille alzate di testa. Ah, ah, ah…»
Per un lungo tratto la risata gutturale fece sussultare le spalle della donna almeno quanto le oscillazioni della carrozza. La nobildonna aveva accompagnato le sue risa sardoniche con piccoli colpetti alla cappelliera da viaggio appoggiata al suo fianco. Teneva a portata di mano l’oggetto dal momento stesso in cui si era ripresentata come una furia nello studio di Spielsdorf: aveva fretta di agire, bisognava incontrare Vordenburg subito. Perché? Non aveva mostrato il benché minimo dubbio riguardo la propria capacità di stanare, con modi bruschi e risoluti, la vecchia gloria militare. Era riuscita a farsi seguire con fare perentorio. «Voi mi servite, sarete il mio lasciapassare – aveva spiegato Matska –, di voi non ha paura e vi riceverà senza problemi. Questo è un ordine, se vi rifiutate il nostro accordo salta».
Spielsdorf, ingobbito e fremente sul sedile opposto, guardava con caparbio quanto simulato interesse l’animarsi delle vie della capitale. Ostentava sufficienza, in realtà era terrorizzato e ammirato dalla determinazione di quella donna.
«Animo, Generale! Animo! La prima carica è già partita e il primo assalto ormai andato a segno» aggiunse Matska di ottimo umore, sottolineando con un soddisfatto colpo di puntale la frase.
«Vi siete schierato sul fronte vincente, presto riavrete quanto rimpianto finora. Il bacio della vostra affezionata e adorabile Bertha tornerà ad allietare le vostre colazioni allo Schloss!» una nuova risatina smozzicata sottolineò l’ultima frecciata.
Al sentire nominare Bertha e quel loro piccolo, intimo rito mattutino a Spielsdorf si imporporarono le guance per la collera. Le folte sopracciglia grigie si aggrottarono, e un lampo azzurro si staccò dal grigio del marciapiede e dalle livide quinte dei palazzi che scorrevano al loro fianco per piantarsi in faccia all’arrogante compagna di viaggio.
Il generale aprì bocca, poi la richiuse con un moto di insofferenza e disprezzo.
La donna sembrò catturare con la coda dell’occhio l’espressione indispettita del vecchio ufficiale, e ne gongolò perfidamente, con un sorrisetto maligno. Ma non aggiunse nient’altro.
«Sarei sceso a patti persino col Demonio purché mi fosse concessa anche una sola possibilità di riavere Bertha», pensò Spielsdorf cupo e ancora intimamente riottoso all’idea di dover spartire il proprio tempo con quell’austera, sarcastica strega. «E forse, è quello che ho fatto davvero»; concluse fra sé piantando nuovamente il suo sguardo severo e sprezzante in faccia a Matska.
L’uomo a cassetta tirò le redini della carrozza e con un debole sussulto il fiacre si arrestò in Kärntnerstrasse, proprio all’incrocio con Johannesgasse. Il palazzo del barone Vordenburg era lì, di fronte a loro: li sovrastava con la propria decadente alterigia.
Matska venne aiutata dal cocchiere a scendere dal fiacre e il Generale indugiò un breve istante sulla carrozza per darle tempo di allontanarsi di qualche passo lungo il marciapiede. Non ne tollerava affatto la forzata vicinanza: quella donna era soltanto un nemico, buono giusto il tempo di un’alleanza effimera e opportunistica, e nient’altro.
Matska scosse imperiosamente il pesante anello d’ottone del battente di palazzo Vordenburg e si dispose all’attesa. Stava per sollevare nuovamente la mano a ripetere il gesto quando il portone d’entrata si spalancò su un atrio piuttosto ampio ma male illuminato. Lo smunto faccino infantile di una cameriera corse con uno sguardo interrogativo da un volto all’altro della distinta coppia sulla soglia.
«Il barone Vordenburg?» chiese Matska riluttante a dover trattare con una servetta tanto insignificante.
«I Signori?» Chiese la ragazzina, con una timida, dolce voce infantile.
Matska si introdusse di prepotenza nell’atrio, scostando sgarbatamente la giovanissima cameriera.
Questa, più sorpresa che offesa, riuscì solo a replicare un debole: «Siete attesi?» La dama, ombrello in una mano e cappelliera nell’altra, si girò di scatto e la fulminò con lo sguardo.
«Evidentemente, lo siamo. Fai sapere al tuo padrone che il Generale Spielsdorf e una gentile signora lo pregano di essere ricevuti e stanno aspettando solo un suo benevolo cenno d’assenso».
Non allungò alcun personale biglietto da visita né si premurò di dar tempo al Generale di fare, almeno per amore d’apparenza, altrettanto. Formalità e convenevoli non erano certo il punto forte della Comtesse.
La piccola domestica si dileguò con un inchino frettoloso. Spielsdorf, alle spalle di Matska, le gettò un’occhiata di intenerita compassione, così come si getta un osso già mezzo spolpato a un cane cui si possono contare le costole.

La biblioteca dove li ricevette Vordenburg era un polveroso ricettacolo di libri, tomi su tomi allineati negli scaffali che tappezzavano tre pareti su quattro. Ovunque si girasse lo sguardo, questo cadeva su coste intarsiate di fregi dorati o borchie annerite, qua e là spiccava qualche trattato più poderoso affiancato da una sequela di volumi tarlati e ingialliti dal tempo.
Un vago sentore di muffa e di carta invecchiata stagnava nell’aria.
Il grande tavolo centrale era ingombro di ammennicoli vari: strumenti scientifici, astrolabi, un alambicco, due busti di gesso e una teca contenente vecchie monete annerite, sparpagliate distrattamente.
Matska si era lasciata cadere sul divanetto di pelle di fronte al posto occupato dal Barone. Il Generale si era piantato dirimpetto alla finestra e scrutava al di fuori con le mani allacciate dietro la schiena, dondolando di quando in quando sui tacchi.
Un tavolino da fumo divideva Vordenburg e Matska come un guado separa due eserciti nemici. Era l’unica superficie libera dalla polvere in tutta la stanza. Abitualmente occupato da una selva di bottiglie vuote o semivuote, adesso ospitava la cappelliera di Matska. L’oggetto troneggiava con una certa insolenza fra i due.
Vordenburg, seduto in maniera scomposta nella sua poltrona, reggeva indolente un massiccio snifter glass di cristallo con una mano smilza. L’altro braccio, lungo e sottile, era abbandonato con fare negligente lungo il fianco.
Il Barone guardava con ottusa fissità la donna che gli sedeva dinnanzi. I suoi occhiali brillarono per un attimo nell’oro perfuso dal tramonto viennese attraverso la cornice della finestra.
Con voce impastata esordì: «Madame… Matska? Madame, a cosa devo il piacere della vostra…»
«Sappiamo che le sue ultime ore sono state, come dire, intense?» Lo interruppe Matska lasciando scorrere altezzosa lo sguardo sul tabarro nero che l’uomo aveva abbandonato su una poltrona. A Matska certo non era sfuggito il fatto che l’orlo del mantello da un lato fosse sporco di sangue rappreso.
Un breve, passeggero lampo di stupore passò nello sguardo del Barone: un marcio sorriso si allargò sul suo volto.
«Bene, bene – aggiunse dondolando il capo e continuando a sorridere fra sé –. Mi perdonerete dunque se non riesco a usarvi i riguardi che il vostro prestigio mi impone, ma…»
«Ah, tagliate corto, Vordenburg. Ho qualcosa che vi interessa. E molto. E Voi, lo so per certo, custodite qualcosa che interessa terribilmente a me». La voce di Matska nel pronunciare quelle ultime parole si era tramutata in un sibilo animalesco, quasi ferino. Qualcosa di molto simile al soffio inferocito di un gatto selvatico.
«Oh? Davvero?» Il sorriso del Barone era studiato per farlo sembrare un ottuso. Quello era l’eterno sorriso di circostanza che gli si dipingeva sul volto quando era immerso in qualcuna delle sue laide macchinazioni. «Non riesco proprio a immaginare cosa potrei…»
«L’immaginazione lasciamola alle fanciulle romantiche, quei fiori virginali che voi cogliete con tanta passione, mio caro». Lo interruppe nuovamente Matska.
«Ho forse mancato in qualche modo a una vostra parente, o pupilla, o…». Il Barone si diede a gesticolare agitando l’indice libero dalla presa del bicchiere, lo sguardo sfocato. Rammentare quale potesse essere l’eventuale giovinetta probabilmente disonorata nel corso di uno degli ultimi festini cui avesse partecipato era davvero impresa superiore alle sue forze. Se la memoria non lo stava ingannando, peraltro, non ricordava di aver dovuto esercitare alcuna funambolica persuasione per prendersi i più recenti piaceri. Sogghignò.
«In un certo senso sì, Barone». Lo sguardo di Matska si incupì. «La notte della riesumazione del cadavere di Mircalla Karnstein avete sottratto a due incaricati dell’Impero una parte delle spoglie della giovane. No: non chiedetemi come faccio a saperlo – Vordenburg si era girato sbigottito in direzione della finestra. Guardava il Generale con astio –, lo so e basta. A me interessa rientrare in possesso delle spoglie mortali dell’erede dei Karnstein. È una questione d’onore, Barone. L’onore di un casato è il primo argomento da difendere, tra i nostri pari, e l’ultimo baluardo su cui cedere. Ora voi mi metterete in condizione di rientrare in possesso di quei poveri resti, da voi indegnamente trafugati. Capite bene che, di fronte alle ragioni che vi porto, qualsiasi ulteriore considerazione passa di fatto in secondo piano».
Matska nel proferire le ultime parole aveva dato un colpetto alla cappelliera sul tavolino, con un’indifferenza del tutto apparente. L’oggetto era stato sospinto di un niente in direzione del Barone, che lo fissava in preda a una trance ipnotica.
Vordenburg deglutì a vuoto, le rughe profonde che solcavano il suo viso scuro ed essiccato si incisero ancora più impietosamente su quel volto maturo. Sollevò lo sguardo su Matska per un rapido eppure interminabile istante. Le lunghe braccia sottili si protesero in direzione della cappelliera. Il Generale si scostò dalla finestra, avvicinandosi di un paio di passi verso i presenti, la fronte aggrottata.
La chiusura metallica della cappelliera venne fatta scattare. Il Barone sollevò lentamente, delicatamente, con infinita cautela il coperchio. Non accadde alcunché. Nella biblioteca ormai immersa nelle ombre del crepuscolo regnò, per un breve attimo, un silenzio sospeso, una gelida e innaturale immobilità.
Poi, dal bordo della cappelliera scivolò fuori, morbido e sinuoso, qualcosa che aveva tutta l’apparenza di un serpentello sottile.
Smanioso e fremente, si insinuò giù dal bordo della rotonda scatola rivestita di stoffa, fino al ripiano del tavolino, dove si srotolò mollemente.
Un incredulo Vordenburg e un orripilato Spielsdorf si resero conto che quella davanti ai loro occhi era una lunga, serica, folta ciocca di capelli color sangue.
«Dunque – disse Vordenburg con la fronte imperlata di sudore –, se ben capisco voi mi state proponendo uno scambio tra questi resti mortali e quelli che voi sostenete siano in mio possesso?»
«Ho la certezza di quanto dico Barone. Non mi provocate, ve lo sconsiglio». Ribatté Matska.
Vordenburg scoppiò a ridere: «Come volete, non negherò nulla. Però si da il caso che io non sia più in possesso di quel che cercate e non saprei dirvi dove trovarlo, quindi lo scambio che proponete non è fattibile. A questo punto dovremmo convocare le forze di polizia e denunziare ogni cosa, ma finiremmo tutti in un pasticcio piuttosto sconveniente, non trovate? Dunque, se non vi dispiace, vi pregherei di andarvene: mi aspettano i preparativi per un lungo viaggio. Ho da rendere un favore a un caro amico in Stiria, caro Generale». Così dicendo il barone lanciò un’occhiataccia a Spielsdorf.
«Maledirete questo giorno, Vordenburg». Esordì Matska a denti stretti, nel suo sguardo c’era qualcosa di spaventoso che fece rabbrividire persino il Generale. «Rifiutate uno scambio pacifico e vantaggioso per tutti, ma non importa: vorrà dire che mi prenderò a modo mio quel che mi appartiene». Non attese replica: spalancò la porta e uscì dalla stanza seguita da Spielsdorf.

Sul fiacre nessuno dei due aveva voglia di parlare. La cappelliera giaceva abbandonata sul sedile accanto a Matska: attraeva morbosamente lo sguardo di Spielsdorf abituato dalla guerra a indugiare su orrori simili.
«Dunque, siamo al capolinea». Esordì il Generale per spezzare il silenzio.
«Ha mentito – rispose Matska –, nasconde la testa di Carmilla in casa sua. Forse è meglio che non abbia accettato lo scambio: non ero autorizzata a farlo, ma un tentativo andava fatto. Farò controllare i suoi movimenti, non appena sarà partito, voi ed io ci introdurremo in quel palazzo e prenderemo quel che voglio».
«Voi siete pazza – commentò Spielsdorf –, non sono un ladro! Io non mi presterò mai a una cosa simile!»
«Non fate finta di non aver capito. Vordenburg non va in Stiria a fare villeggiatura: vuole la testa di Bertha, Generale. Vi ha giurato vendetta e vi assicuro che manterrà la parola se non lo battiamo sul tempo. Voi farete quello che dico io perché avete bisogno del mio aiuto per salvare vostra nipote, da solo non potreste fare nulla. Non avete eserciti da schierare, siete solo contro un nemico molto più forte e spietato di voi».
Spielsdorf non disse una parola. Quel che aveva appena sentito confermava la sua peggiore paura: se il Barone voleva la sua testa significava che Bertha era diventata un vampiro. Era ancora possibile salvarla? Farla tornare normale? Come si poteva fare per fermare Vordenburg? Lanciò un’occhiata a Matska che, intuendo i suoi pensieri, annuì divertita: ancora una volta era nelle mani di quella donna, era lei la sua sola speranza.
Un margine di manovra però gli era rimasto. Un aiuto poteva averlo da un amico fidato, un amico a cui si ripromise di inviare un messaggio urgente con la posta pneumatica: avrebbe chiesto a Silas di stare all’erta e di tenere sotto controllo il Barone.

8 luglio 2010

Scritto da Patrizia Birtolo

2 responses to Lo scambio

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