Oppio, una sceneggiata londinese

Oppio: qualcuno sosteneva fosse la panacea di tutti i mali, qualcun’altro il rifugio dei deboli e il loro biglietto per l’inferno. A voler essere cinici bisognerebbe ammettere che, senza l’oppio, non avremmo potuto controllare buona parte dei nostri possedimenti in Oriente. Era un problema grande e complesso che, in un certo senso, mi riguardava direttamente. Stavo indagando ad Highgate gli affari privati di un noto consumatore di oppio, il poeta Samuel Taylor Coleridge.
«Perché ti interessa un poeta?» Domandò miss Flannait mettendosi a sedere sul letto matrimoniale. La giovane vampira, benché defunta, a quanto pare non era immune al mio fascino: con la scusa di rifarsi a mie spese il guardaroba (cosa a cui avevo già provveduto sborsando più di metà del capitale previsto per quella missione), aveva insistito per accompagnarmi in Inghilterra. Per evitare malignità, pettegolezzi e inutili spiegazioni avevamo concordato di fingerci marito e moglie. Dividevamo ad Highgate una stanza nella casa di cura per oppiomani del dottor James Gillman. Naturalmente né io, né lei necessitavamo delle cure di Gillman, eravamo suoi ospiti esclusivamente perché Coleridge lo era stato in un periodo molto particolare della sua produzione poetica.
Non era la prima volta che viaggiavo con Flannait, sul lavoro era capricciosa ma efficiente e sapevo che non avremmo avuto complicazioni imbarazzanti: la notte io avevo a completa disposizione il letto dato che lei andava a dissanguare qualche marinaio ai docks.
«Cerco Christabel».
«Chi?» Chiese stiracchiandosi.
«Christabel». Flannait amava molto la musica (in particolare i canti popolari irlandesi) ma odiava la lettura: un’attività che considerava troppo noiosa per i suoi gusti. Le dovetti quindi spiegare che Christabel era la sventurata protagonista di una poesia di Coleridge, ingannata da una creatura di nome Geraldine. «Sospetto che Geraldine fosse un vampiro e che vampirizzò anche Christabel. Forse Coleridge era entrato in contatto con lei e io vorrei arruolarla nell’MI1».
«E tutto questo l’avresti dedotto dalla poesia di un oppiomane?»
«Sì». Risposi cercando di contenere un certo meritato orgoglio per il mio acume che, giustamente, non le era sfuggito. Nei mesi precedenti avevo scritto spesso al dottor Gillman chiedendogli, in qualità di collega, di potergli far visita nei suoi laboratori per approfondire le mie conoscenze delle terapie di disintossicazione dall’oppio. Il dottorino si occupava (lucrandoci sopra) di medicina spiccia, guariva ricchi viziati che non sapevano dire basta all’oppio. Come facesse era semplice: non gliene passava più. I suoi pazienti lo ricoprivano d’oro e lui, triste e meschino qual’era, non avendo né vizi, né passatempi, si limitava ad accumulare una ricchezza imponente. Era soddisfatto così, in realtà era piuttosto avido.
«È affascinante vedere a che livelli di idiozia riesci a spingerti, Martin». Esclamò piccata Flannait evidentemente frustrata da un intelligenza troppo superiore alla sua.
«Su, su, non ti abbattere. In fondo sei una brava ragazza con grandi doti».
«Non puoi proprio fare a meno di pensare al mio petto?»
«Mi riferivo alla tua bontà». Protestai cercando di sembrare convincente.
«Io ammazzo la gente e poi bevo il loro sangue, ti sembro buona?» Mi fece notare lei. Si alzò e aprì la portafinestra che dava sul nostro balcone. «Anzi, ora che mi ci fai pensare è tempo che vada a cena. Da qui fino al porto è una bella camminata, meglio che mi sbrighi. Buona notte, Martin».
«Copriti – dissi porgendole il suo scialle: la notte Flannait era abituata a circolare in maniera indecorosa con un semplice corsetto e dei calzoni da zingaro –, non prendere freddo». Lei scoppiò a ridere e saltò di sotto, attraversò il parco della clinica di Gillman e si diresse verso i docks. Qualche gentiluomo potrà contestarmi la facilità con cui mi accompagnavo, senza rimorsi di coscienza, a un mostro assassino come Flannait. Ebbene, io non saprei difendere, come sarebbe d’obbligo, la mia morale che – l’ammetto senza ipocrisie e reticenze – risulterà certamente singolare. La mia devozione alla Conoscenza e il mio spirito patriottico mi avevano condotto fin lì e io rispondevo esclusivamente a questi due padroni. Del resto vi confesso che ho sempre detestato moralisti e ipocriti e, sebbene io abbia innumerevoli difetti, il buon Dio mi ha risparmiato almeno queste due piaghe.
Molti mi domandano come faccia a non avere paura dei vampiri e di cose così spaventose, io di solito rispondo che l’unica cosa di cui ho paura è la mia feroce gatta Ellen. E questa è la pura verità. «Se ne è andata». Annunciai col cuore in gola. L’anta dell’armadio si spalancò alle mie spalle e Geraldine uscì. Da un punto di vista puramente estetico si potrebbe dire che, a un’accurata analisi, Geraldine fosse piuttosto piacente: aveva la fronte alta, i tratti somatici ereditati da lontani progenitori norenni, il seno prosperoso oltre che un abbigliamento scandalosamente discinto (indossava solo quel che restava del proprio sudario). Di sicuro non eccelleva in eloquenza. Più che altro si limitava a sorridere con un’espressione di estasi ebete prolungata e vagamente inquietante (ammesso che vi inquietino la pelle cianotica, gli occhi cerchiati di blu, lo sguardo fisso di un cadavere e un sorriso con canini lunghi poco meno di un pollice).
«Cara, carissima Geraldine». Dicevo io cercando di imitare il tono aulico di Coleridge: mi ero convinto che – avendo io insistito per avere la stessa stanza del poeta di Highgate – lei mi avesse in qualche modo scambiato per lui e che, per proseguire nella finzione, fosse necessario fare del mio meglio per sembrarle non dico Coleridge, ma perlomeno un imbrattacarte dilettante. «Oh, quanto sei splendida questa notte con la luna piena e la brezza e tutte quelle cose struggenti e dolorose che di solito – non si sa bene perché – circolano la notte».
Lei sorrideva – come sempre del resto –, spalancava le fauci e le serrava facendole schioccare cercando di azzannare una qualsiasi parte del mio corpo, possibilmente contenente molto sangue. Cominciava così un curioso inseguimento tra noi due sopra il letto, dietro lo scrittoio, nell’armadio, sotto il letto e sul balcone. Lei si muoveva a scatti e con una lentezza (per mia fortuna) impressionante, io attendevo il momento buono per proporle il contratto di assunzione che ero stato autorizzato dal Governo Britannico a farle sottoscrivere. Più volte mi domandai se fosse adatta ai lavori di intelligence e omicidio mirato dell’MI1 ma, del resto, era pur sempre uno splendido esemplare di vampiro: in qualche modo avrei fatto.
Geraldine s’aggrappava a tutto, spesso ai miei vestiti strappandomeli di dosso con la forza sovrumana tipica della sua razza. Andavamo avanti così da giorni finché, alla fine dell’inseguimento, mi arrendevo: lei faceva per mordermi, poi si ritraeva disgustata e tornava a riposare nell’armadio. Evidentemente gli artisti veri come Coleridge avevano un odore molto diverso dal mio e, a distanza ravvicinata, lei se ne accorgeva. La mia frustrante messa in scena notturna finiva così salvo poi ricominciare la sera dopo.
Tutto questo Flannait non lo sapeva: nonostante si sforzasse in ogni modo di farmi credere il contrario, era chiaro che la poverina era tremendamente gelosa di me e non avrebbe compreso la situazione. Geraldine inciampò nel suo sudario e, cadendo, mi strappò di dosso i calzoni lasciandomi in mutande.
«Sai Martin, le circostanze richiederebbero che io ti facessi una scenata da moglie tradita, ma così conciato sei veramente comico». Disse Flannait che osservava la nostra pantomima seduta sul parapetto del balcone.
Purtroppo era tornata prima del tempo.
Geraldine, vedendola, emise una specie di muggito che si sarebbe detto il verso di un animale ottuso e placido. «Ti piacciono i tipi brillanti, vedo. Perlomeno potevi cercarti un’amante viva, no?». Mi fece notare Flannait.
«Non è come pensi, posso spiegarti tutto». Mi affrettai a precisare allontanando la testa di Geraldine dal mio ventre.
«Suppongo ti abbia costretto, non è così?» Ribatté divertita Flannait. «Guardala bene, non noti niente di strano?»
«È più prosperosa di te?»
«Adesso ti sventro come un pollo». Sibilò Flannait, poi riprese la consueta espressione faceta. «È drogata di oppio». Canticchiò usando l’indice come metronomo: «Quella beve sangue di oppiomani da sempre, perché credi che vivesse qui?» Da quando mi occupo di vampiri ne avevo sentite tante, credetemi, ma non mi era mai capitato di incontrarne uno drogato. «Nel parco – continuò Flannait – ho incontrato il suo compare vampirizzato, Coleridge, agghindato da vestale: diceva di chiamarsi Christabel. L’ho preso a calci. Dottor Gillman, adesso smettetela di origliare e venite dentro».
La porta della stanza si aprì: Gillman, con la cuffia da notte in testa, fece un timido passo avanti. «Vi prego, signori, non facciamo uno scandalo».
«Dottor Gillman – mi scusai –, vi prego di perdonare il mio abbigliamento: come potete vedere mi trovo in una situazione incresciosa».
«Dimentichiamo l’accaduto, mi pare l’unica cosa da fare, no?» Azzardò lui sorridendo nella speranza di trovarci d’accordo.
«Nemmeno per sogno!» Intervenne Flannait: «Mio marito ha ancora addosso la vostra protetta, se capite cosa intendo, mi pare giusto richiedere un risarcimento».
«Non saltate a conclusioni affrettate lady Hesselius». Si affrettò a precisare il dottor Gillman. Notai un certo compiacimento sul volto di Flannait, l’aver conquistato il mio cognome non sembrava dispiacerle.
«Che conclusioni dovrei trarre? Non dovrei forse pensare che voi procacciate il cibo a questa donna in cambio dei suoi favori?» Gillman – un uomo sposato che, in società, non perdeva occasione di vantarsi della sua devozione alla moglie – divenne paonazzo dalla vergogna. «Ormai sono in ritardo per un’importante cena nella city e tutto per colpa vostra – proseguì Flannait avvicinandosi al povero dottorino –. Tocca a voi rimediare, Gillman, toglietevi il cappello da notte, siete di fronte a una signora: non mi piace ammazzare gli uomini maleducati, finisce sempre che non li digerisco».
Geraldine stava masticando felice e soddisfatta la mia camicia. Pensai a Coleridge, uno dei miei poeti preferiti, vestito da vestale e mi domandai se fosse il caso o meno di inserire questo dettaglio nel rapporto. Gillman piagnucolando e strillando mi afferrò una caviglia, ma Flannait lo strattonò via: possibile che un dottore, che dovrebbe essere abituato ad avere a che fare con la morte altrui, non sappia comportarsi con dignità quando tocca a lui? «Indecente». Commentai vedendo la chiazza di bava di Geraldine allargarsi sulla mia camicia.

Andrea Cattaneo

19 dicembre 2010

Scritto da Andrea Cattaneo

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