L’ospite di Carmilla (1 di 2)

Roma quella mattina era stranamente silenziosa; i vicini non armeggiavano col trapano, non c’era il solito trambusto del traffico e neppure quel fastidioso rumore di fondo dispensato senza soluzione di continuità dai passanti. Per essere luglio non faceva affatto caldo anzi, l’aria era fresca e piacevole. Lara, avvolgendosi nelle lenzuola, si rigirò nel letto con un’espressione beata: era determinata a prolungare il dormiveglia il più possibile.
«Dannazione, ti vuoi svegliare!» Piagnucolò Eliška scuotendola.
Lara aprì gli occhi, mise a fuoco il volto sconosciuto della ragazza e cacciò un urlo: «Chi sei? Cosa ci fai in casa mia?»
«Come sarebbe a dire “casa tua”?» Eliška scostò le tende lasciando che la luce del sole illuminasse un sottotetto poco più grande di uno sgabuzzino. «Fino a prova contraria pago metà dell’affitto».
«Dove sono?» L’angosciosa idea di trovarsi in una specie di cella, da sola con la sua carceriera, si fece largo nella testa di Lara trascinandosi dietro una sequela infinita di possibili sviluppi macabri.
«Senti – tagliò corto Eliška infastidita –, adesso lavati, vestiti e andiamo a lavorare: vuoi che ci licenzino?»
«Mi vesto, farò quello che vuoi, ma tu non mi farai del male, vero?» Lara si alzò dal letto ignorando di proposito l’ingombrante pigiama e il berretto da notte che le avevano messo addosso. Per non finire come Paul Sheldon bisognava stare al gioco, agire al momento giusto e lei lo sapeva bene. «Dove è il bagno?»
«Vostra signoria è diventata ricca?» Osservò divertita Eliška afferrando un grosso catino smaltato e porgendoglielo: «Per oggi accontentati della solita bacinella». Lara si lasciò distrarre dalla sua immagine riflessa in un piccolo specchio ovale: c’era qualcosa di insolito nel suo volto.

Il Vicolo era animato da decine di curiosi dall’aria spensierata; si guardavano attorno come se fossero in un supermercato. La viuzza, da un punto di vista architettonico, era piuttosto modesta; due file di anonime casette col tetto spiovente si fronteggiavano separate da pochi metri di lastricato. L’elemento insolito di quelle abitazioni erano le loro ingombranti ed enigmatiche insegne decorate con elaborati simboli alchemici: pretendevano di spacciare quei bugigattoli per rinomati empori alchemici. Gli imbonitori, in piedi davanti alle botteghe, promettevano pozioni contro la caduta dei capelli, filtri d’amore e trasmutazioni di ogni genere (la più popolare sembrava essere quella dallo stagno all’oro). Gli uomini indossavano giacche lunghe, panciotti e camice dal collo alto, le donne sfoggiavano corpetti rigidi, maniche a sbuffo e gonne lunghe fino alle caviglie. I cappelli poi, raccolti sopra la testa, sfidavano con coraggio la forza di gravità con pettinature fantascientifiche. Lara cercò di sistemarsi la giacca morbida scollata fino all’ombelico e fasciata sul ventre che, in qualche modo, era riuscita a mettere sopra una camicia bianca prodotta con una quantità di stoffa sufficiente a imbastire una vela. «La vuoi smettere? Ci guardano tutti». La rimproverò Eliška molto più sobria di lei nell’abbigliamento.
«Perché devo mettere questa roba ridicola?» Sbottò Lara tirando i risvolti della giacca.
«E lo chiedi a me? Sei tu che ti vuoi vestire come gli intellettuali inglesi e, se cerco di farti comprare un abito come si deve, ti arrabbi e strilli. Io non ho voglia di sentirti urlare, non sono la tua balia!» Eliška la prese a braccetto e, fendendo la folla che si muoveva pigra in senso opposto, la trascinò verso la cattedrale che s’intravedeva in lontananza tra un tetto e l’altro. «Forza, fai andare le gambe, guarda che abbiamo un bel pezzo da fare: il Klementinum è lontano».
«Sono solo un po’ confusa». Si scusò Lara ragionando su quale fosse il momento più adatto per tentare la fuga. La città, la gente, Eliška: sembrava tutto così reale. «Però quando si sogna il sogno ci appare reale…»
«Come hai detto?»
«Non importa. Posso sapere per chi lavori? L’anonima sequestri?»
«Dovresti farti vedere da un medico, Lara». Rispose Eliška fermandosi al banchetto di un fruttivendolo: «Mi dai un paio di mele?»
«Come no, Eliška! Buon giorno mademoiselle Lara». Esordì sorridente il fruttivendolo; Lara, persa nei suoi ragionamenti, non lo sentì nemmeno. Non era in Italia – questo, considerando le architetture del posto, era evidente – dunque si trovava all’estero, eppure lei capiva benissimo quel che diceva la gente. Forse – ipotizzò Lara – la Svizzera italiana, o magari il Trentino… «Che ha: la solita amnesia? Secondo me dipende da tutte le sostanze con cui trafficate nelle cantine voialtri».
«No, è solo stanca». Spiegò Eliška mentre pagava le mele: «E comunque quel che facciamo nelle cantine non sono affari tuoi; buona giornata vecchio impiccione». Con uno strattone Eliška tirò Lara verso il lato ovest della piazza che stavano attraversando: fiancheggiarono con noncuranza una colossale cattedrale gotica e – nonostante Lara avrebbe voluto fermarsi a dare un’occhiata – passarono oltre. «Questa è troppo grande per essere in Svizzera o in Trentino…» Bisbigliò Lara tra sé e sé.
«Ecco – disse Eliška porgendole un frutto –, mangia o tra dieci minuti mi scoccerai con la storia che ti faccio fretta inutilmente e che non ti lascio mai fare colazione».
«Smettila di prendermi in giro: io non ti ho mai vista prima». Protestò Lara addentando la sua mela.
«Questa sì che è buona, mi hai assunto tu!» Eliška strofinò la sua mela sul corpetto, poi le diede un morso: «Un giorno sì e uno no ti svegli e non ti ricordi più nulla, poi attacchi con la solita storia».
«Quale storia?» La mela, all’apparenza piuttosto miserevole, in realtà era molto saporita. Lara ne avrebbe mangiata volentieri un’altra.
«Vediamo se mi ricordo bene…» Eliška prese il torsolo di Lara, si avvicinò alla statua in ferraccio di un leone a cuccia alta poco più di un metro (ce ne era una simile ogni quaranta o cinquanta metri), gli sollevò la corona e gettò i rifiuti all’interno. «Tu vieni dal futuro ma non il nostro futuro, uno alternativo in cui l’alchimia non si pratica più, i vampiri non esistono e l’impero austroungarico è scomparso da tempo. Tu sei una scrittrice di storie del terrore e vivi in Italia, a Roma e il tuo primo romanzo s’intitolava “Shabbat” o qualcosa del genere. Durante il sonno, non sai bene come, hai acquisito la capacità di aprire – com’è che li hai chiamati? – portali intradimensionali: e viaggi dalla tua dimensione alla nostra. Del resto, stando a quanto mi hai raccontato, il tuo libro parlava proprio di questa cosa. Forse è una nozione che hai acquisito inconsciamente, non ne sei certa ma questa è la spiegazione che ti sembra più plausibile. Ho dimenticato qualcosa?»
«Direi di no, ma continuo a non capire dove vuoi andare a parare». Ribatté Lara cercando di farsi un’idea della pericolosità di quella strana sequestratrice: mingherlina ma determinata, nervosa nei modi e nel parlare, aveva due occhioni blu leggermente sporgenti che stonavano con il piglio autoritario che pretendeva di avere.
«Quindi ora non sai dove stiamo andando, giusto? Non sai dove siamo?»
«Direi che non siamo a Roma». Osservò Lara indicando i palazzi coi tetti aguzzi che la circondavano.
«Bene, adesso capirai. Corriamo un po’?» Annunciò Eliška e, senza attendere risposta, accelerò il passo trascinandosi dietro Lara. Attraversarono una trionfale porta d’accesso, un cortile circondato da un’elegante cancellata e sbucarono in un enorme spiazzo, ampio abbastanza da ospitare una folla. Arrivarono a una sorta di belvedere ed Eliška, con un gesto teatrale, indicò l’impressionante panorama della città che si estendeva, tagliata in due da un fiume, ai piedi della collina su cui si trovavano. In cielo una decina di dirigibili Schwarz reclamizzavano prodotti di bellezza, sigarette e armi da fuoco. «Dai, dimmi: dove siamo?» Chiese Eliška.
Lara, con uno scatto di cui non si sapeva capace, si liberò e corse via imboccando una lunga e stretta scalinata che scendeva verso la città: erano a Praga, aveva riconosciuto le forme insolite dei tetti e, in lontananza, le inconfondibili guglie della Chiesa di Santa Maria di Týn. Sollevandosi la gonna per non inciampare, Lara sfrecciò accanto a un paio di pittori di strada intenti a lavorare; la salutarono ridendo. Eliška la tallonava imprecando: «Ti farai male, smettila di correre!»
«Vai al diavolo!» Urlò Lara prima di inciampare nella gonna. L’impatto col selciato non fu morbido e nemmeno piacevole: cadendo mise le mani in avanti, ma si fece comunque male. Eliška la raggiunse ansimando per la corsa: «Te l’avevo detto, finisce sempre così. Fammi vedere, ti sei ferita? Non è niente, come al solito: hai la testa dura. Dai, facciamola finita, chiedimelo».
«Cosa?» Strillò Lara esasperata dal dolore e dalla situazione: chi le avrebbe rimborsato il biglietto di ritorno da Praga? Se avesse denunciato la sua sequestratrice probabilmente l’avrebbero trattenuta in città per le deposizioni e i verbali e tutto il resto: lei non aveva tempo, aveva un libro da finire.
«Incredibile, caschi sempre in questo punto preciso e non ti fai un graffio: come fai? Io mi sarei rotta la testa». Proseguì Eliška sistemandole i capelli scarmigliati.
«Chi diavolo sei tu?»
«Bene, alla fine me l’hai chiesto. Mi chiamo Eliška Fibichová – rispose la ragazza continuando a sistemarle i vestiti che, nella caduta, si erano stropicciati –, ho diciannove anni e da due anni sono la tua assistente personale allo Zaide. Mi hai assunto dicendo che ti serviva qualcuno con cui dividere l’affitto di casa tua: ti piacciono questo genere di stupide battute. Siamo entrambe alchimiste anzi, tu sei alchimista e negromante, io sono solo la tua apprendista. Ho fatto carte false per lavorare con te, sei famosa in tutta Europa. Sono persino scappata da casa per venire a stare a Praga da te, non posso più tornare indietro e non so fare altro che questo. Possibile che non ti ricordi niente?»
Lara esitò un istante colpita dall’espressione sconsolata della ragazza: se stava recitando lo faceva benissimo. «Hai una sigaretta per caso?»
Eliška si sedette accanto a lei sui gradini della scalinata, si frugò nella borsetta: prese un portasigarette di zinco e una scatola di fiammiferi. «Tieni, ma solo perché non siamo in centro: non sta bene per una signora fumare in strada, non sei un manovale».
«Quindi, a quanto pare, non ho altra scelta che stare al gioco? Se ti assecondo mi garantisci che finirà tutto nel migliore dei modi? Che domattina sarò di nuovo a casa?» Osservò Lara accendendosi una sigaretta e studiando la scatola di fiammiferi decorata con lo stemma imperiale asburgico.
«Non ti posso garantire nulla, io nei tuoi viaggi intradimensionali non ho alcun ruolo. Se è vero quello che dici – ribatté Eliška amareggiata – ti basterà addormentarti per tornare da dove sei venuta: a quanto pare là ti trovi meglio».
«Dannazione, sono finita in una specie di versione steampunk del “Mago di Oz”!» Sbottò Lara: «Aspetta un momento, tu hai parlato di vampiri».

Continua il 5 Novembre…

Andrea Cattaneo

21 ottobre 2010

Scritto da Andrea Cattaneo

2 responses to L’ospite di Carmilla (1 di 2)

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