Un esercizio di crudeltà

In una piccola villa, molto distante dalle rovine del castello di Karnstein, vivevano gli Spielsdorf o perlomeno quello che rimaneva della famiglia. Le luci dell’abitazione erano tutte spente poiché era notte fonda. Tutto taceva, la servitù riposava nelle proprie stanze. Nei sotterranei il congegno di riscaldamento muoveva ininterrottamente i propri ingranaggi.
Il generale Spielsdorf dormiva irrequieto nel suo letto. Con la fronte imperlata di sudore si rigirava tra le lenzuola senza trovare pace. Prima un incubo, poi un sibilo, poi di nuovo un incubo. Si mise a scalciare nel proprio letto incapace di levarsi l’inquietudine di dosso.
Nel suo sogno c’erano degli occhi color glicine che lo fissavano: erano freddi e  penetranti come la punta di un coltello, erano gli occhi del cadavere che lui e altri  stavano profanando. I medici se ne erano andati, erano rimasti solo loro tre: «Questo impedirà al vampiro di tornare… Lo faccio per difendere anche il vostro onore, generale…». La voce roca e sinistra di Vordenburg sfumò fino a svanire del tutto per fare spazio al rumore assordante di centinaia d’ali che sbattevano all’unisono. Erano corvi che si alzavano in volo oscurando il cielo.
Nell’incubo si ritrovò di colpo solo, senza la compagnia del  barone e del suo amico Silas. Si era messo a camminare lungo una strada che tagliava una distesa sterminata di acqua color petrolio. Senza alcuna ragione aveva perso l’equilibrio ed era caduto in acqua. Sarebbe di certo annegato se qualcuno non l’avesse afferrato saldamente per una gamba. Poi vide di nuovo degli occhi color glicine, ma questa volta erano gli occhi di Matska: i suoi inconfondibili capelli bianchi e la sua bellezza senza tempo lo colpirono con violenza. Un istante e  l’incubo era nuovamente cambiato e lui a testa in giù sfiorava con le dita il fondo di un oceano silenzioso. Le mani gelide di Matska gli accarezzarono il collo, poi gli parve di sentire distintamente la risata sarcastica del barone Vordenburg e il sogno finì di colpo.
Il generale strinse con tutte le sue forze le lenzuola e poi, con un urlo di dolore e sofferenza, si svegliò: scattò a sedere come una molla. Si guardò attorno: quegli occhi non c’erano più, era solo, non stava affogando in nessun oceano, era nel suo letto in un bagno di sudore, al sicuro.
«Sia dannata quella donna e la sua brigata di vampiri. I loro sepolcri sono stati sigillati di nuovo. Ragiona – per Dio –, ragiona!» Con il cuore che gli batteva all’impazzata, si alzò lentamente dal letto. Si avvicinò al tavolo: procedeva malfermo sulle gambe a causa della vecchiaia e dello spavento. Non era più giovane e doveva cercare in qualche modo di calmarsi, ne andava della sua salute.
Giunto al tavolo prese la brocca e versò un po’ d’acqua nel bicchiere. La mano gli tremava. Non si sentiva così da molto tempo. Dalla morte della nipote Bertha, infatti, le cose non erano più tornate al loro posto. Davanti a lui c’era la cassettiera con sopra un enorme specchio. Rifletteva l’immagine di un ricco pensionato nel corpo di un fantasma: era pallido, terrorizzato e sconcertato. Probabilmente stava diventando matto. Tutta quella situazione era folle, assurda, non certamente adatta a un uomo equilibrato come era lui.
Accese la lampada ad olio e si accomodò sulla poltrona: si asciugò il sudore sulla fronte grinzosa con un panno. Non riusciva a star quieto neanche seduto su una poltrona nella penombra famigliare della propria casa. Voleva risentire per una volta ancora la voce giovanile e gioiosa della nipote. Con quella malinconia addosso, senza rendersene conto, si spinse fino alla finestra da dove si intravedeva il piccolo cimitero privato della famiglia Spielsdorf. Non c’era nessuno. Era solo una distesa di terra con qualche solitario ciuffo d’erba. Fissava  la tomba della nipote dall’alto.
«Che tu possa riposare in pace, mia povera Bertha». La luna era alta in un cielo pieno di stelle: l’oscurità era disturbata dalla sua luce bianca. La purezza di quell’attimo, dopo quei mille mali patiti, voleva gustarselo fino in fondo.
Forse era la stanchezza, ma gli parve di vedere qualcosa che si muoveva nel cimitero. Cercò di metter a fuoco: si trattava di un’ombra nera e argentea. Quasi ipnotizzato non riuscì a resistere alla curiosità, all’ingenuità, alla speranza e si precipitò nel cimitero con solo una vestaglia addosso. Un gufo, appollaiato su un ramo bubolava senza sosta. La nebbia densa e gelida feriva i polmoni e attutiva lo scalpiccio dei piedi di Spielsdorf sul terreno morbido del cimitero.
Giunto alla lapide rimase attonito. Toccò le lettere del nome della nipote pervaso dal senso di colpa per non essere stato capace di proteggerla. Sommerso dai ricordi, i capelli sulla nuca di Spieldsdorf si rizzarono al suono di una risata di donna. Si girò di scatto.
Il suo sguardo notò subito quegli occhi color ghiaccio, poi corse ai lunghi capelli bianchi mossi da un misterioso vento e a quel corpo flessuoso su cui cadeva impeccabile una cappa nera che lasciava intravedere un abito ampio e viola. Era Matska, la cui bellezza – algida e inquietante – era indescrivibile, proprio come nel suo sogno.
«Avete notato che questa notte c’è una splendida luna piena? L’aria notturna è sempre la più frizzante».
«Che ci fate voi qui?»
«Siete di poche parole vedo, il che è di mio gradimento. Non siete felici di rivedermi?»
«Per niente. È per colpa vostra e del vostro mostro se oggi Bertha non c’è più – si commiserò Spielsdorf –. La mia povera Bertha».
«Le cose non sono mai così semplici, generale Spielsdorf – rispose la donna con fare malizioso –. Ricordatevelo: chi appare vostro amico potrebbe essere il vostro peggior nemico».
«Non ho bisogno dei vostri consigli. So come si sta al mondo, io sono un uomo di guerra».
«So fin a che punto l’uomo si spinge: i suoi limiti, le sue paure, i suoi desideri più intimi e malefici, la sua cattiveria. Tenete per voi la vostra arroganza, l’uomo non è altro che un insetto».
«Ignorate ancora la mia domanda: cosa siete venuta a fare, in un luogo sacro? A profanarlo?»
«Mi dispiace contraddirvi, sono qui perché mi servono informazioni. Informazioni su Carmilla».
«Non vedo quella belva dal giorno in cui ha ucciso la mia adorata Bertha. Che sia dannata! E ora vi prego di andarvene!»
«Me ne andrò, state tranquillo. Ma non vi libererete di me, così facilmente – disse Matska scandendo parola per parola –. Sentirete ancora parlare di me».
«Come osate minacciarmi?»
«Non vi sto minacciando, prevedo semplicemente il vostro futuro». Disse Matska ridendo, poi raggiunse rapidamente Kampa che attendeva su una carrozza stringendo un pesante fardello. Quell’incontro forse non era stato fruttuoso come si aspettava – concluse Matska –, ma era necessario: il generale andava pungolato. Per ora le indagini potevano concludersi così. Avrebbe recuperato la testa di Carmilla, era solo questione di tempo.

All’alba, ai confini con l’Austria. L’odore della rugiada sulla terra bagnata era ancora molto forte in quelle prime ore del mattino. Un sole pigro si nascondeva dietro le nuvole. L’umidità aleggiava sull’accampamento dell’esercito napoleonico. Tutto era tranquillo e silenzioso eccezion fatta per il tintinnio metallico delle armi. L’accampamento si estendeva per chilometri; diverse tende punteggiavano quel campo verde avvolto dalla nebbia e delimitato dalle montagne.
L’esercito era quasi pronto per la battaglia: qualcuno dormiva, qualcuno pensava ai propri cari, qualcuno si sentiva triste e consapevole che la guerra era solo un pretesto per portare morte e distruzione, qualcuno credeva fortemente in Napoleone e nei suoi ideali. Erano tutti lì per quell’uomo e speravano che un giorno tutto il male che avevano fatto sarebbe stato dimenticato e loro sarebbero stati ricordati come degli eroi.
Al centro dell’accampamento, c’era l’alloggio di Napoleone: seduto su una comoda poltrona l’imperatore controllava gli schemi e le  tattiche per la battaglia imminente.
«Imperatore – disse a bruciapelo Frédéric Hunter, il capitano degli ussari del reggimento Esterhazy –, non temete che il popolo francese possa insorgere contro i vostri provvedimenti?»
La mano bianca e fredda di Napoleone che reggeva un pennino di acciaio, si fermò a mezz’aria. Non sopportava che qualcuno potesse giudicare i suoi progetti: solo lui sapeva cosa stava facendo, nessuno era in grado di capirlo. Un giorno, il suo amato popolo l’avrebbe ringraziato. Aveva già sbagliato una volta e il prezzo era stato la disfatta del suo grandioso impero. Ma ora la situazione era completamente diversa. Lui era cambiato e non avrebbe commesso nuovamente gli stessi sbagli. Il fine – pensò Napoleone – giustificherà i mezzi.
Si sforzò di calmarsi: non voleva perdere la pazienza col fidato Frédéric. Si alzò dalla sedia lentamente girò intorno al tavolo. Sollevò un oggetto particolare, scintillante e molto elaborato: doveva essere uno dei capolavori meccanici della ditta d’Alembert.
«Il popolo non si solleverà mai contro di me, io sono il loro rappresentante supremo. Li sto conducendo verso una nuova epoca di benessere e di prosperità. Ciò non sarebbe possibile senza l’introduzione delle tecnologie moderne. Non ti pare, Frédéric?»
Fece un sorriso sghembo, in sé aveva la certezza che tutto sarebbe andato secondo i suoi piani. Era in possesso di un esercito inarrestabile, la storia non ne aveva mai conosciuto uno migliore: le sue truppe erano semplicemente invincibili.
«D’Alembert era un genio della meccanica e le sue invenzioni sono portentose, non ci sono dubbi, ma devo ricordarvi che ci sono state delle manifestazioni di malcontento da parte del popolo a causa della legge della mano morta».
«Ho letto i rapporti: ci sono state solo un paio di manifestazioni insignificanti. Abbiamo già provveduto a risolvere il problema. In fondo l’uomo desidera l’immortalità da sempre, no? D’Alembert ha fornito la chiave per l’immortalità, io l’ho resa obbligatoria per tutti i cittadini francesi. Trovami una ragione per cui non avrei dovuto farlo?»
«Quindi mi state dicendo che il vostro è stato un gesto d’altruismo».
«Ricordati chi sei e qual è il tuo grado, capitano Hunter: non osare mettere in discussione il mio potere e la mia autorità! Prepara gli ussari dell’Esterhazy, in due ore dovete essere pronti».
Hunter stava per ribattere qualcosa ma rinunciò: era inutile continuare, Napoleone non avrebbe mai ascoltato.  Presto, prevedeva Frédéric, ci sarebbe stata una nuova rivolta civile in Francia e tutto sarebbe diventato molto più complicato. Si congedò in fretta per poter eseguire gli ordini.
Napoleone si accomodò sulla sua poltrona: voleva dimenticare l’esilio sull’isola Sant’Elena, la tristezza, la malinconia, la disperazione di quei giorni. Sorrise alla luce della lampada ad olio: il suo nemico non era cambiato e lui doveva vincere a tutti i costi.
Si alzò e prese la sua spada che, ormai era solo un simbolo da cavaliere. Ponderare ogni scelta, ogni probabilità di riuscita e di sconfitta, sconcertare il nemico con mosse imprevedibili: non era una novità, l’aveva fatto per tutta la vita. Doveva essere bravo, a prevedere le mosse del nemico penetrando la sua psicologia. Inoltre aveva letto e riletto libri, documenti, lettere per cercar di comprendere al meglio il nemico e le sue usanze.
Si accorse di aver esitato troppo a lungo, doveva parlare con le sue truppe, come aveva sempre fatto, prima di una battaglia.

Il generale Spielsdorf – dopo l’incontro con Matska – provò a dormire inutilmente. Il sole si levò lentamente su quelle terre gelide, spazzando via l’oscurità dalla Stiria. Spielsdorf si mise in viaggio poco dopo l’alba per raggiungere Vienna. Era certo che la Corte l’avesse interpellato per una consulenza, un semplice parere sull’andamento della guerra. Dopo diverse ore di viaggio, giunse finalmente nella città. Stanco e con le ossa indolenzite, entrò nel complesso dell’Hofburg, il palazzo reale.
Attraversò diversi corridoi. Quando entrò nella sala in cui era atteso – con sua grande sorpresa – vi trovò solo Matska e Kampa. Si fermò di colpo, ferito dalla bellezza della donna. Di nuovo lei: prima nell’incubo, poi nel cimitero e ora qui. Cosa  voleva da lui?
«Che piacere incontrarla proprio qui, generale Spielsdorf». Disse lei andandogli incontro con un largo sorriso.
«Un piacere non reciproco. Cosa ci fa qui?» Rispose lui mantenendo le distanze.
«La scorsa notte ero venuta da voi  come semplice visitatrice, oggi – a quanto vedo – venite voi da me in veste di collega».
«È stato un vostro trucco quello di chiamarmi a Corte?»
«No, in verità è stata la Corte a decidere che noi dobbiamo collaborare».
«Che significa?»
«Mettetela così, se preferite: il fato ha deciso di farci rincontrare qui. Datemi una mano a ritrovare ciò che è mio e dell’Austria e vi premierò con ciò che più desiderate».
«Quello che più desidero me l’avete sottratto voi e Carmilla, non potete offrirmi nulla che possa interessarmi. Solo la morte può ridarmi quello che ho perso, ormai non desidero altro che ricongiungermi a Bertha».
«Dunque voi desiderate la morte – disse lei accomodandosi su una delle sedie dopo aver misurato con ampie falcate la stanza –: che richiesta sciocca. È un desiderio del tutto inutile, non la rivedreste lo stesso».
«Non osate parlare di Bertha: la sua anima era candida, anche se è morta per mani di una dannata. Lei, ora, è in paradiso e io la raggiungerò là».
«Paradiso? Credete in cose del genere?» Domandò Matska in tono sarcastico. «Io so cosa ci sia dopo la morte e vi assicuro che voi non potreste neanche immaginarlo. Se desiderate la morte, io ve la servirò su un piatto d’argento. Mi sporcherò la mani personalmente, bisogna eliminare la feccia da questo mondo».
«Come osate?»
«Io oso – disse lei alzandosi e squadrandolo decisa –! Ricordate: io reggo il pugnale dalla parte del manico. Collaborate con l’Austria, con me. Potreste ricavarne qualcosa di buono».
Spielsdorf fece per ribattere, poi si placò: «Se questi sono gli ordini, li eseguirò».
«Iniziate a ragionare generale Spielsdorf, molto bene. Non potevo chieder di meglio – osservò lei voltandosi verso la sua aiutante –: Kampa, portami la sorpresa che ho in serbo per il nostro caro ospite».
Kampa li raggiunse tenendo in grembo un fagotto sporco di sangue il cui contenuto era piccolo e sembrava pesante. Poggiò l’involto sul tavolo e lo aprì: ne uscì un tanfo di putrefazione insopportabile. Si trattava della cassa toracica di un uomo. Kampa depositò sul tavolo anche il braccio di una donna con ancora la carne attaccata.
«Vedete, questo è quello che accade nei boschi vicini alla vostra tenuta. Sono i resti di un sacrificio umano a cui hanno partecipato i contadini della zona. Pensano che Lei sia una sorta di divinità dei boschi, capite? Invece si tratta di tutt’altro…»
Matska si avvicinò al generale facendo stridere i suoi tacchi sul marmo immacolato del pavimento: «Ipotizziamo che voi, generale Spielsdorf, veniste attaccato da un mostro del genere. Non avreste scampo, le vostre ossa verrebbero ritrovate tra le altre come gli avanzi di un banchetto».
«Basta! Dunque, che cosa volete che faccia?»
«Forse voi dovreste prima sapere cos’è, o meglio, chi è questo mostro che infesta i boschi della vostra tenuta?» Domandò Matska fingendosi ingenua.
«Qualunque sia il suo nome, non mi interessa».
«A quanto pare non avete proprio più rispetto per vostra nipote».
Spielsdorf accusò il colpo. Matska, soddisfatta da quella reazione, continuò a parlare come se nulla fosse: «È un vampiro ora e ha perso il lume della ragione, non comprende più cosa sia il bene e il male».
«Cosa?» Domandò il generale completamente in balia di Matska.
«Non mi faccia ripetere le cose due volte, generale Spielsdorf. Se volete sapere altro – aggiunse Matska quasi sussurrando –, da bravo mi direte chi ha preso la testa di Carmilla».
Spielsdorf, per un istante, immaginò quello che era diventata sua nipote.
«La testa…» Disse tra sé e sé.
«Non fingete con me!» Matska l’afferrò alla gola stringendolo con una sola mano: era molto più forte di quanto si potesse immaginare e riuscì persino a sollevarlo da terra. In quell’accesso di violenza la sua bellezza era addirittura aumentata. Spielsdorf rimase di stucco, senza parole.
«È successo… diverso… tempo fa…» Riuscì a balbettare.
Gli occhi di Matska divennero feroci fessure: voleva una risposta soddisfacente e la voleva subito.
«Avevamo fatto un patto…»
«Che genere di patto?»
«Un patto tremendo, indegno persino per combattere un vampiro. Ma volevamo essere protetti».
«Tra chi è stato stretto questo patto?» Domandò lei senza preoccuparsi di nascondergli il proprio odio.
«Se mi ucciderete non lo saprete mai».
«Non era la morte che desideravate tanto? Avete cambiato idea?»
«Mi state soffocando!»
«Adesso voglio la verità: chi ha la testa di Carmilla? Fate attenzione a quel che direte: se la vostra risposta non sarà soddisfacente vi spezzerò io stessa il collo e  consegnerò il vostro cadavere alla vostra amata nipote!»
«Il barone Vonderburg». Rispose perentorio Spielsdorf.
Matska lasciò la presa e il generale cadde a terra boccheggiando. Kampa si avvicinò con un’ insolita grazia alla padrona: era eccitata quanto lei. «Come immaginavo dietro tutto questo c’è sempre lui».
Quell’esercizio di crudeltà aveva reso Matska insopportabilmente bella. Mentre osservava soddisfatta quell’uomo ai suoi piedi si rese conto che c’era qualcosa di insolito: sì, lo odiava, ma giocare con lui le era piaciuto più del dovuto. Era la prima volta che le capitava una cosa del genere.

Martina Esposito

Frédéric Hunter
Giovane e fedele collaboratore di Napoleone di madre francese e padre inglese. Non si sa molto del padre, lo riconobbe solamente ma non volle mai aver nulla a che fare con lui. Ha vissuto tutta la sua infanzia tra Parigi e Nancy con la madre soffrendo molto per la mancanza della figura paterna. Da ragazzo rimane affascinato dalla figura di Napoleone e dagli ideali della Rivoluzione (nei quali crede ciecamente) e si arruola spontaneamente molto prima del tempo. Si distingue sul campo per il proprio coraggio quasi suicida e per la dedizione a Napoleone. Entra rapidamente nelle grazie dell’Imperatore che lo nomina capitano del 3° reggimento degli ussari (l’Esterhazy) della Grande Armée: diventa così il più giovane capitano della storia del reggimento. I due stringono un legame di stretta collaborazione e di leale amicizia. Hunter ha attraversato una profonda depressione durante l’esilio di Napoleone. Egli ritiene la sconfitta di Waterloo come una sorta di punizione divina inflitta a Napoleone per aver tradito gli ideali della Rivoluzione. Per questo cerca in ogni modo di ricordare all’imperatore i veri valori per cui stanno combattendo.

21 gennaio 2010

Scritto da Martina Esposito

Add Comment Register



Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>