Il corpo di Carmilla

VI – Il progresso della Scienza

Il Wiener Zeitung, oltre alle false notizie di vittorie contro Napoleone, riportava la storia di un diplomatico svizzero suicidatosi nel Danubio: sul suo corpo c’erano segni di numerose percosse. Un’altra sordida storia viennese, stigmatizzò il dottor Hesselius gettando il giornale sul sedile della carrozza. Un’occhiata al panorama notturno di Vienna oltre il finestrino non lo tranquillizzò, considerava quella città la sentina di ogni vizio. I due cavalli del fiacre imboccarono la Kärntnerstrasse: il palazzo del barone Vordenburg era all’incrocio con Johannesgasse.
Il pensiero di quell’uomo gli ricordò il sogno che aveva fatto la notte precedente. C’era la dublinese coi suoi bellissimi capelli rossi: era nuda e inginocchiata davanti a Vordenburg, aveva la schiena imbrattata di sangue. Fissava il barone (Hesselius non lo vedeva in volto, ma era certo che si trattasse di lui) con un’intensità ambigua che poteva essere sia odio che desiderio. Di quel sogno gli era rimasto quel frammento e la sensazione di essere stato tradito con uno degli uomini che disprezzava di più. Benché si trattasse solo di un sogno (e nonostante lui e la dublinese non avessero una vera e propria relazione), Hesselius, senza rendersene conto, cominciò a covare il desiderio di vendicarsi.
Su una casa di Kärntnerstrasse qualcuno aveva scritto Finis Austriæ.
All’ingresso del palazzo di Vordenburg l’attendeva una governante giovanissima, quasi una bambina: gli aprì la porta e lo fece accomodare. Lo pregò di attendere mentre informava il barone della sua presenza. Hesselius la trovava troppo giovane per servire un uomo come Vordenburg che, di sicuro, l’aveva assunta con orrendi propositi. Il barone venne ad accoglierlo accompagnato dalla domestica: era vestito per uscire e puzzava di alcol. I due uomini si scambiarono i saluti di rito. «Andrea – disse il barone con spudorata familiarità alla ragazza –, portate il cappotto al dottore: usciamo subito». La ragazza obbedì svelta e, porgendo cappotto e cilindro a Hesselius, lo fissò con un’espressione indecifrabile. Hesselius era certo che, con quello sguardo, voleva rivelargli un indicibile segreto. Il dottore – che, senza alcuna ragione, temeva gli effetti del proprio fascino sulle donne – si impose cautela. Non gradiva gli scandali e, per dirla tutta, le donne lo attraevano e terrorizzavano allo stesso tempo. «Andiamo?» Intervenne Vordenburg interrompendo quel gioco di sguardi. In strada li attendeva la carrozza del barone; una volta a bordo, Vordenburg chiese al dottore cosa ne pensasse della domestica. «Si stanca troppo facilmente per i miei gusti». Disse il barone ed Hesselius faticò a scacciare l’immagine del volto delicato di Andrea stravolto dall’estasi. E se avesse usato lei come strumento della sua vendetta? Sarebbe bastato per umiliare Vordenburg?
«Vi porto in uno dei luoghi più incantevoli di Vienna». L’alito del barone puzzava di vino.
«Siete ubriaco fradicio, Vordenburg. Gradirei non ripetere l’esperienza della mia ultima visita: sono qui per affari».
«Che colpa ne ho io se è intervenuta la polizia? La mia regola è: prima il piacere, poi il dovere. Non faccio eccezioni per nessuno, neppure per gli amici come voi». Il barone prese un bauletto che teneva sotto il sedile e lo aprì: conteneva diverse bottiglie di Riesling, due tabarri, due tricorni e un paio di maschere color latte. «Prendete, indossateli». Disse porgendo tabarro, tricorno e maschera a Hesselius: poi si attaccò a una bottiglia.
«Perché vi riducete così? Voi siete uno stimato nobiluomo». Lo blandì il dottore tentando di dissuaderlo dai suoi misteriosi e terrificanti disegni.
«Io sono un uomo solo – si lamentò Vordenburg – e voi siete il mio unico amico. Lasciate che vi doni un bel ricordo di questa visita: bisognerà pure riempire il tempo che ci separa dalla fossa».
La sola idea che il barone potesse considerarlo amico lo disgustava, ma Hesselius si impose di stare al gioco: «In questo momento devo occuparmi più di sepolture che del tempo che le precede».
«Sempre e solo lavoro». Lo rimproverò Vordenburg. «Non fingete Hesselius, voi temete solo ciò che non conoscete. Vi ho visto in azione, ricordate? La fede cieca nella Scienza vi rende inarrestabile: non fuggite nemmeno di fronte alle più orrende creature di questa terra, ma le donne vi terrorizzano a morte perché per voi sono un mistero impenetrabile. E la Scienza non vi può aiutare, io invece sì, caro amico, fidatevi di me. Voi cercate vampiri, vero?»
Hesselius – che al solo nominare il suo punto debole si sentiva il cuore esplodere in petto – si accese una sigaretta per calmarsi. «Continuate».
«Fräulein Albertine von Hofmannsthal da viva era una donna bellissima. Su di lei il protocollo Zaide ha avuto uno sgradevole effetto collaterale. La vampirizzazione le ha causato una paralisi spastica al braccio sinistro: ora le pende inerte lungo il fianco e, per quanto possa sembrarvi strano, questa deformità la rende ancora più irresistibile. Volete un sorso di Riesling? No? Peccato, è ottimo. Bene, siamo arrivati, indossate il vostro travestimento altrimenti non potremo entrare». La carrozza si fermò all’ingresso di una grande villa di campagna in stile palladiano.
«Entrare dove?» il dottore guardò allarmato la villa.
«Nella Casa delle Orchidee, la dimora di Albertine von Hofmannsthal». Spiegò Vordenburg col naso paonazzo infilandosi tabarro, tricorno e maschera.
«Affrontare un vampiro sarà pericoloso per voi – aggiunse Hesselius tentando di dissuadere Vordenburg –, non posso permetterlo».
«Cosa volete che me ne importi, sono ubriaco – rispose Vordenburg trascinandolo verso l’ingresso della villa –, lo farò per incoscienza e voi fatelo per il progresso della Scienza se preferite. Tornando alla deformità di Albertine, ve ne ho parlato perché dovete sapere che la vampirizzazione comporta un grande stress per i futuri vampiri: sono rari gli uomini che ne escono mentalmente integri».
«Il protocollo Zaide non prevede anche la cura di questo stress?» Chiese Hesselius seguendolo controvoglia.
«Creare, cacciare e dominare i vampiri è prima di tutto una sfida ai demoni che albergano nell’animo umano. I faccendieri dello Zaide non si lasciano raggiungere dai morsi della loro coscienza, le loro vittime, i vampiri, sono meno fortunati: quando l’istinto di uccidere per nutrirsi viene liberato non esiste modo per azzittirlo. Ne consegue quasi sempre la follia».

In cima all’imponente scalinata che conduceva al colonnato antistante la villa, li attendeva una figura bassa, intabarrata e col volto nascosto da una maschera in domino. «Barone, vi era stato proibito di tornare alla Casa delle Orchidee. Entrando rischiate molto e così pure il vostro accompagnatore».
«Che dolce profumo di Crocco, mia cara». Replicò Vordenburg accarezzando la maschera in domino.
«I rischi non ci interessano, siamo terribilmente annoiati. La cosa vi stupisce? Strano, dovreste conoscere bene i miei gusti. Aggiungete tutto al mio conto personale». La donna si scostò facendoli passare.
«Voi, ospite sconosciuto – sussurrò lei rivolgendosi a Hesselius –, tremate eppure avanzate: più tardi mi confesserete perché desiderate soffrire». Hesselius rimase di pietra squassato dai battiti del suo cuore. I due si scrutarono in silenzio per qualche istante, poi Vordenburg lo richiamò con un violento colpo di tosse.
«Sia chiaro: non vi proibirò nulla, anzi vi invito a concedervi tutto. Ma prima ascoltate l’intera storia altrimenti non capirete». Superato il colonnato si trovarono in un salone rettangolare lungo e stretto, ornato con giapponeserie; un afrore di orchidee riempiva la casa. «Albertine – proseguì il barone inciampando nei propri piedi – oggi è una delle donne più ricche e potenti della città. Possiede un gran numero di case di tolleranza e gestisce personalmente quella in cui vi trovate».
«Il gruppo Zaide le permette tutto questo?»
«Non potrebbe impedirglielo». Arrivarono a un peristilio che fungeva da raccordo per le scalinate gemelle che salivano ai piani alti. Su quel cortiletto – delimitato da colonne e coperto da una cupola – si affacciavano i visitatori saliti al primo piano. «Lei è sfuggita al loro controllo. Come ha fatto? Prima ha sedotto la sua tutrice (l’abbiamo incontrata all’ingresso, ricordate?) poi ha tessuto un’ammirevole ragnatela di rapporti morbosi con gli uomini più potenti di Vienna e dell’Impero».
«Vampiri che esercitano il meretricio: questa è una novità».
«La lussuria è un arma che le donne adoperano in molteplici modi: sia quelle vive, che quelle defunte. Vi stupireste del numero di gentiluomini e gentildonne che indugiano in certe pratiche già note ai tempi del marchese de Sade. La villa è piuttosto affollata non trovate?» Hesselius contò nel solo peristilio almeno una ventina di persone. «Vi rivelerò un segreto importante: questa sera qui si tiene un particolare tipo di festa che si concluderà inevitabilmente in una strage. Molti non torneranno a casa vivi: tutti lo sanno, fa parte del gioco e rende la cosa più eccitante, capite?»
«In effetti – Hesselius ignorò l’ultima domanda – non sarebbe il primo vampiro che seduce le proprie vittime: era successo anche a quella ragazza della Stiria con cui mi avevate messo in contatto. Di solito però queste creature non si comportano così per stringere legami di potere».
«Stiamo parlando di un’artista del peccato, un mostro di depravazione che si è ribellata ai propri creatori: vi auguro di cuore di incontrarla». Disse il barone ridacchiando. «Ma visto che siamo in vena di confessioni, eccovi un altro segreto: domani sui giornali apprenderete che molti di quelli che non sopravvivranno alla Casa delle Orchidee sono avversari dei protettori della Hofmannsthal».
«Perché non torniamo indietro e discutiamo tranquillamente in un caffè – propose Hesselius –, l’impero britannico mi ha autorizzato a comprare dei vampiri a qualsiasi cifra, voi potreste procurarmene?»
«Non scherzate dottore, so che morite dalla voglia di conoscere Albertine. E poi, anche volendo, non si potrebbe più tornare indietro. Stringiamo un patto: se ci riuscirà di catturarla Fräulein von Hofmannsthal sarà vostra e potrete disporne come meglio desiderate». Propose Vordenburg barcollando. «Tutto questo a patto di sopravvivere. Ma cosa se ne fa l’impero britannico dei vampiri? Avete finito i marinai?»
«Ve lo dirò senza girarci attorno, tanto con voi sarebbe inutile – rispose Hesselius disperato –: l’impero britannico vorrebbe impiegarli come sicari in estremo oriente. Sono stato incaricato di costituire e comandare una brigata di questi mostri. So che è un’idea folle, ma di sicuro non è la più folle sentita questa notte».
«Barone, finalmente». Disse una ragazza travestita da amazzone spintonando Vordenburg che perse il già precario equilibro e finì addosso a un capannello di persone. Il barone reagì all’aggressione ridendo di gusto, venne trascinato in un’altra stanza. Hesselius si sentì gelare il sangue nelle vene: sentiva gli occhi di un numero imprecisato di donne puntati su di lui.
«Dunque, quanto volete soffrire?» Qualcuno si premette contro la sua schiena, Hesselius si voltò di scatto sfiorando il seno celato sotto il tabarro della donna con la maschera in domino che li aveva accolti.
«Il minimo indispensabile». Rispose lui.
«Impossibile: il vostro amico – spiegò la donna – vi ha esposto a un pericolo mortale».
«Sono qui per la Scienza». Biascicò Hesselius.
La donna rise divertita, poi prese a braccetto Hesselius e lo condusse al primo piano. «Dunque, non dovrei tentare di salvarvi?»
«Perché dovreste?» Domandò lui circospetto: «Non ci conosciamo nemmeno».
«Albertine vi sta già cercando: sa che siete qui, sente l’odore della vostra paura. Prima dell’alba sarete morto e Vordenburg lo sa, voi non siete come lui: non sarete in grado di difendervi».
«Mi difenderete voi da Albertine?»
«Potrei tentare, ma sarebbe inutile». Disse la donna aprendo la porta di un appartamento al primo piano e spingendolo dentro. Nell’oscurità più totale, solo con quella sconosciuta, Hesselius si sentì morire. «Non dite una parola». Bisbigliò lei slacciandogli il tabarro e sbottonandogli il panciotto. Hesselius tentò di fermarla, ma coi suoi movimenti goffi riuscì solo a farla ridere. Una candela si accese nel buio, a pochi metri da loro due, illuminando il volto più bello che il dottore avesse mai visto: due occhi che brillavano come fiamme lo fissarono indecifrabili. «Gretchen – disse la donna con la candela –, non erano questi i miei ordini. Dovrò punirti». La candela si spense, Hesselius sentì la donna con la maschera in domino urlare e poi qualcuno lo colpì così forte da fargli perdere i sensi.

Un odore intenso di urina lo fece rinvenire. Qualcuno piangeva nella penombra, una donna nuda con una maschera in domino: l’avevano appesa per i polsi a pochi centimetri da terra.
Un rivolo di urina bagnava le cosce della donna e confluiva in un canale di scolo. Hesselius non riusciva ad alzarsi, era stato incatenato mani e piedi al pavimento. Si guardò attorno: si trovava in un’ampia cantina senza finestre, qua e là c’erano diversi uomini e donne tutti nudi e tutti nelle medesime, pietose condizioni.
«Perché mi hai disobbedito?» Disse qualcuno nella stanza: si trattava senza dubbio della voce della donna con la candela, Hesselius ne era certo. Una donna dall’età imprecisabile uscì dell’anfratto buio nel quale si nascondeva: aveva l’espressione ieratica di una divinità e una strana luce demoniaca negli occhi. Un manto decorato con fili d’oro costituiva il suo unico abito, il braccio sinistro le pendeva inerte al fianco: si trattava senza dubbio di Albertine. «Volevi più attenzioni?» Disse lei avvicinandosi alla donna con la maschera in domino, accarezzandole il ventre.  Poi la colpì con una velocità e una violenza inumane facendola boccheggiare: del sangue si unì al rivolo di urina. «Hai paura, Gretchen?»
«Sì». Rispose Gretchen, poi la implorò di continuare a percuoterla.
«Bene». Replicò Albertine disarticolandole con perizia una spalla e facendola svenire dal dolore. Un uomo coperto di lividi bluastri colpì il braccio paralizzato di Albertine con un violento calcio; pretendeva anche lui le carezze del vampiro. Lei lo guardò annoiata, lo afferrò per il collo lo azzannò nella carne viva. Gli altri prigionieri protestarono: si contendevano tutti le sue dolorose attenzioni. Quegli uomini, osservò Hesselius, probabilmente avevano pagato per ricevere quel trattamento.
«Sapete chi sono?» Domandò la donna a Hesselius.
«Albertine von Hofmannsthal?» Domandò lui terrorizzato.
«Bravo dottor Hesselius. Perché vi stupite? Perché conosco il vostro nome?» Chiese lei inginocchiandosi al suo fianco: un pesante girocollo d’oro le brillava sulla gola pallida. Una folta chioma color sangue le cadeva morbida sulle spalle, possedeva la bellezza distante delle statue greche. «So anche che siete venuto qui per me. Posso chiedervi cosa volevate farmi?»
«Catturarvi». Rispose lui ben consapevole dell’assurdità di quel proposito.
Albertine sorridendo rivelò una dentatura inequivocabile. «E ora ditemi, dottore, avete paura?» Hesselius avrebbe voluto mostrarsi coraggioso di fronte alla morte imminente ma, ironia della sorte, essa aveva il volto e il corpo di una bellissima donna. E se fosse stata lei lo strumento della sua vendetta? Se fosse diventata la sua amante? Quel flusso di pensieri oziosi venne interrotto dal rumore secco del suo braccio sinistro che lei aveva piegato al contrario all’altezza del gomito. Hesselius urlò dal dolore, Albertine si sedette sopra di lui con un’espressione gioiosa. Così vicina, pensò lui, è ancora più bella, poi lei gli stritolò le dita della mano sinistra.
Albertine si fermò a guardarlo con un’espressione malinconica, poi affondò fino al polso la sua mano nel petto del dottore. Hesselius sentì distintamente il rumore di qualcosa che si frantumava, urlare a quel punto non aveva più alcun senso. Il dolore era talmente eccessivo – pensò Hesselius – che morire sarebbe stata l’unica cosa logica da fare. «Qualsiasi uomo – disse Albertine ritraendo la mano e leccando via il sangue – a questo punto sarebbe già morto. Voi no, perché? Cosa siete veramente, Hesselius?»
Il dottore (che stava perdendo la percezione di quanto gli accadeva attorno) era immerso in altri pensieri: s’immaginava avvinghiato ad Albertine che, ne era convinto, già lo amava senza condizioni. Insieme oltraggiavano la dublinese e lui consumava così la sua vendetta. «Tradirmi con Vordenburg – bisbigliò delirando Hesselius – come hai potuto farmi questo?»
Chiuse gli occhi e, quando li riaprì, vide Albertine in ginocchio con la schiena imbrattata  di sangue, segnata da orrende ferite: fissava con uno sguardo che poteva essere benissimo odio o bramosia Vordenburg che brandiva una spada (Hesselius si domandò in modo futile dove l’avesse presa). Poi il barone con un colpo secco le spiccò la testa e quella fu l’ultima cosa che vide il dottore prima di svenire.
Quando riprese conoscenza Hesselius e Vordenburg erano a bordo di un fiacre e attraversavano Vienna. Vordenburg aveva steso il dottore sul pavimento: la testa di Albertine giaceva proprio accanto a Hesselius e lo fissava malinconica. «Vedo che vi siete risvegliato» Disse Vordenburg: «Non potrò concedervi la ricompensa che avevamo pattuito, vi devo una spiegazione. La testa mi serve: prova ai francesi, i miei committenti, che ho eliminato un altro vampiro. Sono al corrente dei piani del governo di impiegare questi mostri in guerra, mi pagano per garantirsi un po’ di vantaggio. A mio avviso non ne avrebbero bisogno: hanno già vinto, è questione di tempo. Ormai è cosa nota, vedete?». Vordenburg indicò una casa imbrattata con la scritta Finis Austriæ: da mesi scritte simili comparivano in tutta Vienna.
«Cosa vi danno in cambio?» Biascicò Hesselius tentando di ignorare il dolore diffuso un po’ ovunque.
«Rimedieranno alla mia sifilide con un Alembrite Au». Disse soddisfatto Vordenburg. «Capirete quindi che non posso procurarvi alcun vampiro».
«Come avete fatto?» Il dottore perdeva sangue dal petto.
«A ucciderla? Semplice: è stata lei a supplicarmi di farlo. Ve l’avevo detto, no? Era completamente pazza. Vi riporto all’hotel Bristol, domani parto per la Stiria».

Non appena riuscì di nuovo a camminare, Hesselius si presentò all’appuntamento che aveva fissato al caffè di Altenberg. Matska l’attendeva seduta davanti a una cioccolata fumante. «Avevo chiesto di incontrare il dottor Kubec» Protestò lui.
«Impossibile, è morto: dovrete accontentarvi di me, dottor Hesselius». Ribatté Matska osservando incuriosita il braccio ingessato del dottore. «Siete conciato piuttosto male, avete pessime frequentazioni».
«Albertine von Hofmannsthal è stata uccisa, qualcuno da la caccia ai vostri vampiri».
«Lo so, ma immagino non farete nomi, giusto?» Domandò Matska. Hesselius si sedette e posò la valigia che portava con sé sul tavolino. «Cosa contiene?» Chiese lei.
«La testa di Albertine, l’ho trafugata al suo assassino». Rispose laconico il dottore. Matska si abbandonò contro lo schienale della sedia: «A quanto pare vi hanno sottovalutato, dottore. Come devo interpretarlo? Comunque, anche se riportassimo in vita la Hofmannsthal, sapete che non ve la consegneremmo? Perché ci aiutate?»
«Consumo la mia vendetta». Replicò lui col sorriso sulle labbra: le lacrime gli arrossavano gli occhi e rigavano le guance senza che potesse fermarle. Non piangeva così da quando era bambino eppure, se glielo avessero chiesto, non avrebbe saputo spiegarne il motivo. Sapeva solo che, nella sua testa, Albertine aveva arrestato il progresso della Scienza.
«Voi che piangete per Albertine von Hofmannsthal – osservò Matska stupita –, questa non l’avrei mai immaginata. I miei superiori non saranno d’accordo, ma non possiamo certo privarci di una donna in grado di fare un miracolo simile».

Andrea Cattaneo

Suggerimenti per il capitolo successivo:
  • Laura torna a casa: scena di un massacro famigliare. Dopo Matska e Spielsdorf, anche Laura e Silas cominciano la ricerca di Vordenburg
  • Il nascondiglio viennese di Vordenburg: Matska e Spielsdorf sono disposti a tutto pur di recuperare la testa di Carmilla.

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Cronologia interattiva de Il corpo di Carmilla
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