Il corpo di Carmilla

VII – La coda di Carmilla

Ai lati della banchina su cui Carmilla si era risvegliata giacevano binari desolati, l’incisione sulle traversine diceva “LIMBVS” e nient’altro. La stessa dicitura era ripetuta sui cartelli appesi alla travatura reticolare, tamponata con ampi lucernari, che costituiva il tetto della stazione. Dai finestroni impolverati entrava una luce fioca che non bastava a illuminare la serie infinita di binari che andavano e venivano tutti dal medesimo posto, il Limbus.
Viti, travi, bulloni, tutti gli elementi strutturali avevano proporzioni gigantesche. La stazione sembrava adatta a creature molto ingombranti, ma la possibilità che questi titanici visitatori costituissero una minaccia era per Carmilla del tutto priva di interesse. Solo il silenzio le era insopportabile, così vibrante da farle ronzare le orecchie: le suggeriva l’idea ferale di essere sola.
Per distrarsi, esaminò da capo il suo bizzarro abbigliamento. Diversi giri di bende di lino grezzo l’avvolgevano fino al mento; fatta eccezione per la testa, nessuna parte del suo corpo era esposta alla luce. Dalle fasciature di braccia e gambe pendevano come infule i lunghi lembi di quel misterioso bendaggio che non si poteva rimuovere né tirando, né strappando. Carmilla, come tutti gli ospiti del Limbus, si era risvegliata in quelle condizioni. Non ricordava tutto quello che avrebbe dovuto su quel luogo, ma sapeva che per finirci bisognava morire. Sforzandosi, riusciva persino a evocare i particolari della sua esecuzione: sovrappensiero si accarezzò la gola e si sfiorò il petto.
La prassi prevedeva che fosse il tutore a spiegare al proprio vampiro cosa fosse il Limbus. Quest’impostazione scolastica del protocollo Zaide faceva sorridere, ma funzionava. Matska – come tutrice di Carmilla – aveva illustrato più volte alla propria allieva il Limbus e molte altre cose. Approfittava di ogni momento di tranquillità per tentare di formare, con l’aiuto di Kampa, l’indisciplinata ragazza. Carmilla non si impegnava in nulla se non nel disturbare le lezioni: fingeva languori, declamava poesie sconce su donne dai capelli bianchi, cantava canzonacce da taverna, sorrideva ambigua alla sua insegnante e molto altro ancora. Tutto pur di vincere l’olimpico distacco di Matska, che conosceva bene le sue finzioni (molte gliele aveva insegnate lei) e raramente si lasciava ingannare.
Arrivata ai respingenti al termine della banchina, si fermò a contemplare l’atrio dal soffitto altissimo che la separava dall’uscita. Il pavimento era composto da lastre quadrate di marmo nero e bianco disposte a scacchiera; Carmilla non si lasciò sfuggire l’occasione per giocare. La sfida che si inventò era semplice, ma non per questo facile: su quale colore camminare? La ragazza si stuzzicò i canini con la lingua valutando la situazione.
«Scelgo il nero». Decise, poi saltò su un blocco bianco e si voltò verso i respingenti alle sue spalle: «Chi siete?» Non ricevette risposta. Spazientita si mise le mani sui fianchi: «Credete che non mi sia accorta di voi? Fatevi vedere». Acquattato al disotto del livello delle banchine, qualcuno bofonchiava e ridacchiava, insomma si prendeva gioco di lei. Il borbottio crebbe diventando un suono che di umano aveva ben poco, echeggiando si diffuse ovunque.
«È inutile protestare: vi ho trovato, avete perso. Nascondino funziona così». Vide ai suoi piedi le lastre di marmo africano ribollire come petrolio. Cosa le sarebbe accaduto se ci fosse finita sopra? La ragazza non intendeva scoprirlo.
«Ora tocca a me nascondermi e voi mi dovrete trovare». Annunciò Carmilla e, avendo cura di passare solo sulle lastre bianche, si lanciò in una folle corsa verso l’uscita. Temeva (o forse sperava) di essere inseguita, invece gli abitanti della stazione la lasciarono scappare senza muovere un dito. Perché? Carmilla si fermò solo quando fu certa di essere a una ragionevole distanza di sicurezza.
La luce nel Limbus era limpida, faceva risplendere le superfici candide dei palazzi squadrati e spartani. In tanto fulgore i lunghi capelli di Carmilla sembravano ancora più neri e lei ancora più pericolosa. In quel luogo regnava un’aspra estate che odorava di salmastro; si intuiva, da qualche parte oltre la distesa degli edifici, l’esistenza del mare. Lunghi portici dalle volte a botte fiancheggiavano le strade che la ragazza percorreva incuriosita. Qua e là, issati sui tetti di quei mausolei di marmo, guidoni colorati garrivano al vento che, alle loro altitudini, doveva soffiare fortissimo. Degli abitanti del Limbus non c’era traccia.
Le facciate ampie degli edifici erano bucate da finestroni stretti e alti che davano su vasti saloni. Carmilla – non potendo resistere alla curiosità – sbirciò dentro queste costruzioni e scoprì che i grandi spazi interni erano perlopiù vuoti. Questi stanzoni non avevano arredi, contenevano solo alcuni bizzarri oggetti: una scrivania consumata dalla polvere, un casco di banane acerbe, un cavallo a dondolo che galoppava per inerzia, una bicicletta senza pedali, una pila di fogli bianchi, un paio di occhiali con le lenti spezzate, un armadio vuoto, due scarpe sinistre, e via dicendo. Tutte cose fuori posto.
Arrivò a una piazza circolare il cui centro era ingombrato da una ciminiera che svettava alta nel cielo. A cosa servisse quell’imponente camino era un mistero che non le interessava granché; la ragazza si stupiva piuttosto della strana inquietudine che provava per la prima volta in vita sua. Il Limbus, benché all’apparenza sembrasse ordinato e razionale, era un luogo perturbante che sfuggiva alla comprensione. A quella dimensione appartenevano i vampiri e quindi anche lei, questo spiegava la sgradevole sensazione di familiarità che Carmilla sentiva.
Ormai vagava da ore senza aver incontrato nessuno. Avrebbe dovuto attendere con pazienza la sua resurrezione che sarebbe avvenuta quando, nel mondo dei vivi, gli alchimisti dello Zaide avessero celebrato la trasmutazione del Visha. Ma cosa sarebbe accaduto se lo Zaide avesse deciso di non riportarla in vita? Se, per qualche motivo, i loro propositi fossero stati fin dall’inizio quelli di liberarsi di lei? Matska sarebbe stata informata, non le si poteva nascondere nulla mentre lei, al contrario, celava facilmente i suoi propositi e i sentimenti: l’aveva ingannata?
Carmilla scansò questa possibilità: era convinta che Matska le volesse bene, che la sua tutrice non fosse così terribile come voleva far credere. Col sorriso sulle labbra si ripromise di trattarla meglio, di mostrarle più affetto: avrebbe dimenticato questi propositi nel giro di pochi minuti.
Un passaggio coperto collegava la piazza della ciminiera con un altro spazio aperto: s’incamminò in quella direzione. Era uno spiazzo rettangolare pavimentato con blocchi di travertino incastrati a formare un mosaico di croci uncinate. La ragazza notò, all’angolo nord dello spiazzo, una figura immobile davanti a una grande scala di legno. Si avvicinò circospetta per osservare meglio: si trattava di un ragazzo bendato come lei fino al collo.
«Kubec?» Domandò titubante Carmilla: «Siete voi?»
Il ragazzo – un tipo allampanato che, conciato da mummia, sembrava ancora più ossuto – la fissò con occhi vuoti: «Carmilla Karnstein, finalmente ti ho trovato».
«Veramente io ho trovato voi, dottore. Cosa ci fate qui? Il Limbus non era solo per i vampiri?»
«Per quel che ne sappiamo il Limbus è fatto per i vampiri e per tutti coloro che hanno avuto a che fare con loro. A quanto pare non hai prestato attenzione alle lezioni di Fräulein Matska. Quella donna ti ama come una figlia, lo sapevi? Ma certo che lo sapevi e hai fatto di tutto per farti odiare: tu non vuoi un’altra madre, quella che avevi ti ha venduto allo Zaide. Ma lasciamo correre, tanto è tutto nel tuo fascicolo. Siamo proprio fortunati a esserci incontrati per tempo». Rispose Kubec, poi tornò a guardare la scala in legno che, piantata nel travertino, saliva verso il nulla. «Tento di resistere, sai, ma questa scala esercita un fascino fortissimo su di me. Prima o poi cederò, ma fino ad allora bisogna organizzare la nostra sopravvivenza».
«A cosa dovremmo sopravvivere Kubec?» Chiese Carmilla tentando di strappare le bende dal corpo di Kubec. Il ragazzo si lasciava scuotere senza protestare, stupito più che altro dal buon odore di Carmilla: ricordava il profumo dei boschi dopo un temporale.
«Dobbiamo difenderci dai vampiri tornati al loro stadio primordiale, quelli che il gruppo Zaide non ha voluto o potuto riportare in vita. Rimanendo qui troppo a lungo hanno perduto i propri ricordi, la propria identità e sono diventati pure incarnazioni dell’archetipo primitivo che si nasconde dietro il vampiro. Perché mi guardi così, è complicato? Vieni, passeggiamo un po’, ti spiego ogni cosa». I due si incamminarono: lei già annoiata, lui entusiasta dell’idea di tenerle una lezione. Kubec da vivo le aveva provate tutte pur di avvicinarla, adesso che l’aveva a portata di mano non ricordava neppure più perché la desiderasse tanto. Il ragazzo s’attardò a osservare con discrezione le labbra della ragazza che immaginava morbide e delicate.
Attraversarono una serie di piazze vuote che potevano essere fori o mercati aperti, poi un grande viale. Passarono davanti a statue sbozzate con le teste infilate in sacchi di iuta. Abbandonate a terra c’erano squadre e compassi. Carmilla ebbe di nuovo la netta sensazione di trovarsi in un enigma. «Che ore saranno?»
«Dipende dalla velocità a cui ci muoviamo». Rispose Kubec tagliando in due l’ennesima piazza. «Non tutti sopravvivono al protocollo Zaide, moltissimi non possono diventare vampiri. I miei colleghi pensano dipenda da un blocco morale e non vedono che dietro questo rigetto si nasconde la mancanza di un requisito fondamentale: l’istinto dell’assassino. Sì perché, se mettiamo da parte i vostri attributi sovrannaturali, voi cosa siete in fondo? Assassini, giusto? Ma cosa fa di un individuo un potenziale assassino? Una cosa soltanto: l’essere pronto a uccidere in qualunque momento, anche senza alcun motivo».
«Noi uccidiamo per nutrirci». Protestò disinteressata Carmilla: non si sentiva in colpa per quello che faceva, era la Natura a esigerlo. Giusto o sbagliato erano concetti troppo umani, i vampiri rispettavano solo le leggi della Natura. Così perlomeno la vedeva lei.
«Voi uccidete per nutrirvi e anche perché non potete resiste all’istinto dell’assassino che, in voi, è dominante. Nel Limbus però non serve nutrirsi, qui uccidete solo perché non potete farne a meno. Qui voi siete solo un simbolo, una delle rappresentazioni di una pulsione primitiva ma comunque umana: l’istinto di uccidere, di distruggere, di divorare tutto per riportare ogni cosa a una cosa sola. Ha tanti volti questo istinto, io lo chiamo l’Ombra. Mio dio, guarda là». Kubec indicò una bambina che faceva il suo ingresso nella piazza; trascinava uno strascico fatto delle proprie bende che s’erano staccate dal suo corpo e le pendevano addosso.
«Un vampiro?»
«Cos’hai in comune con quella bimba?» Chiese Kubec guardandosi attorno allarmato.
«Niente».
«Infatti lei non era adatta a diventare un vampiro, in lei dominava un altro tragico istinto. Quel corpo di bambina un tempo era una donna, ora è solo la rappresentazione di quell’istinto. Togliamoci di mezzo, nascondiamoci dietro quella colonna». Kubec prese Carmilla per mano e la trascinò fino al nascondiglio che aveva individuato. La ragazza in altre circostanze non avrebbe tollerato un comportamento così sfacciato, ma si impose di far buon viso a cattivo gioco. «Arriveranno i tuoi simili». Annunciò Kubec.
Le ombre dei palazzi ruotarono incuranti della posizione del sole, muovendosi come squali verso la preda. Le girarono attorno pregustando il suo sapore, poi attaccarono spuntando dal selciato come aculei di un gigantesco istrice.
«Scappiamo!» Urlò Carmilla.
«Non ti muovere o si accorgeranno di me!» Sibilò Kubec. «Quella bimba deve sacrificarsi: è l’istinto dell’Innocente. Io però non ho intenzione di morire: devo scoprire tutti i segreti del Limbus».
Mille lame di tenebra circondarono la bambina che attendeva placida: la martoriarono trafiggendola ovunque, facendola a brandelli così piccoli che del cadavere non rimase nulla. Al suo posto un ghirigoro di sangue nero confluiva nelle ombre che, sorbendolo, si gonfiavano, si torcevano e si coagulavano in un’unica, enorme creatura fatta di tenebra. Carmilla, combattuta tra disgusto e fascinazione, per la prima volta da quando era arrivata nel Limbus avvertì fortissimo il desiderio di uccidere.
L’Ombra se ne rese conto.
Una colonna di tredici occhi si schiuse sul corpo di quella creatura: tredici pupille arrossate ruotarono fino a fissare la ragazza e Kubec.
«Ti hanno riconosciuta e hanno visto anche me. Scappiamo! Salvami!» Strillò Kubec aggrappandosi a lei. Carmilla lo sollevò e se lo mise sulla spalla destra come un sacco: stringendolo per le gambe corse via. «Sei sempre stata la più veloce tra i tuoi simili, il tuo fascicolo parla chiaro. Non ti fermare per l’amor di dio!» Urlò Kubec sbatacchiando a ogni falcata della ragazza la sua faccia contro la schiena di Carmilla. «Loro non vogliono te, vogliono mangiare me».
L’Ombra emise un rantolo rauco, poi si lanciò all’inseguimento saettando dal terreno nel tentativo di trafiggere e fermare i fuggitivi. «Io so tutto di te, ti aiuterò a mantenere i tuoi ricordi, la tua identità, sarò lo specchio in cui potrai rifletterti e riconoscerti. Ma se muoio è finita per entrambi, col tempo diventerai come quel mostro. Non vuoi che finisca così, vero?».
«Adesso vi lascio qui, così quella cosa la smetterà di inseguirmi. Lo Zaide mi riporterà in vita e questo incubo sarà solo un brutto ricordo».
«Faranno in tempo? La velocità del processo di regressione varia da vampiro a vampiro, il tuo è già cominciato». Rispose Kubec allungandosi per toccare il coccige della ragazza.
«Che diavolo state facendo?» Urlò Carmilla.
«Ti è cresciuta la coda, vedi?» Disse Kubec afferrando una lunga coda simile a quella delle pantere nere che spuntava dal corpo di Carmilla. «È spuntata dalle tue bende che cadranno alla fine del processo. È la coda di un grosso felino, un leopardo melanico».
«Che scocciatura!» Commentò Carmilla girando un angolo e imboccando un grande viale. Artigliandosi a un lampione per non perdere l’equilibrio, svoltò di nuovo sbucando in una via secondaria. L’Ombra, nonostante fosse enorme, li tallonava dappresso falciando ogni ostacolo. Le propaggini nere di quell’essere tagliavano l’aria come lame, producendo un sibilo prolungato e tremendo. Carmilla s’infilò sotto un porticato scivolando sulla pavimentazione di marmo levigato. Per non cadere tornò in mezzo alla strada. Fece appena in tempo a schivare l’affondo dell’inseguitore: una lama nera sezionò il muro di un palazzo come fosse burro. Kubec vide l’angolo dell’edificio colpito staccarsi e cadere sollevando una densa nube di polvere.
Carmilla si fermò di colpo: la nube era un ottimo diversivo, bisognava trovare un nascondiglio. Vide una statua equestre a pochi metri, lanciò Kubec e si tuffò dietro di lui trascinandolo di peso al riparo. La ragazza fece cenno a Kubec di fare silenzio. Il loro inseguitore era impazzito dalla rabbia: al rumore sibilante dei suoi tagli seguiva il fragore degli edifici che distruggeva.
«Ci ha trovati». Annunciò laconica Carmilla spingendo la testa di Kubec verso terra: l’Ombra tagliò in due la statua equestre con un unico fendente.
La ragazza rimise Kubec in spalla e ricominciò a correre e correndo rideva. Vederla così era uno spettacolo spaventoso: Kubec aveva assistito ai test di velocità di molti vampiri, ma mai da una distanza così ravvicinata. Le misurazioni antropometriche fatte nei laboratori dello Zaide dicevano che la ragazza era poco più alta della media della sua età, ma non parlavano dei suoi movimenti felini e di quegli occhi scuri che ardevano come tizzoni. Carmilla non respirava, non sudava, non era affaticata, né stanca, sembrava solo divertita da quell’inseguimento.
La ragazza afferrò in corsa un cartello stradale che indicava “LIMBVS” e lo sradicò come fosse un filo d’erba. Si voltò di scatto frenandosi coi talloni e scagliò quel rudimentale giavellotto verso l’Ombra. Centrò in pieno uno degli occhi del mostro che avvertì il colpo più del previsto: si fermò piegandosi su se stesso dolorante. Carmilla, sorridendo soddisfatta, riprese a scappare: l’esitazione dell’Ombra le aveva dato un vantaggio che sfruttò appieno. In breve lei e Kubec erano lontani.
La ragazza imboccò le scale di un palazzo e salì fino alla terrazza. Si guardò attorno e, quando fu chiaro che erano al sicuro, gettò a terra Kubec. «Aveva ragione Fräulein Matska, sei molto furba: hai agito bene, in fretta e senza esitazioni». Osservò il ragazzo.
«Fatemi capire come stanno le cose: io non corro rischi perché sono come lui, ma voi no, giusto?»
«Sì».
«Ma se voi veniste distrutto io non avrei nessuno in grado di farmi mantenere i miei ricordi e la mia identità e, col tempo, diventerei come quella cosa. In una forma diversa, mi pare di capire».
«Credo diverresti un grosso felino, così si direbbe a giudicare dalla tua coda. Diverresti una delle tante rappresentazioni dell’Ombra. Se posso dire la mia, una rappresentazione piuttosto graziosa».
«Questo processo è irreversibile?»
«Sì, se lo Zaide non ti riporterà in vita in tempo diventerai di sicuro un grosso gatto nero. Ho letto che qualcuna delle tue vittime ti descriveva così, curioso non trovi?»
«Solo una scocciatura». Ribatté Carmilla pensando a Laura. «Dobbiamo nasconderci».
«Sì, ma prima riposiamoci un po’ qui. C’è un problema in più da affrontare».
«Ancora?»
«Sì, anche in me un istinto primordiale domina sugli altri: io l’ho ribattezzato l’istinto del Cercatore. Sono troppo curioso: anche io finirò per regredire fino a combaciare del tutto con questo istinto. Forse non perderò la mia identità – il Cercatore non perde, trova –, ma temo che diventerò, come dire, un vecchietto». Carmilla strabuzzò gli occhi, Kubec si passò una mano tra i capelli che già cominciavano a ingrigire.
«Ho capito – rispose sfinita Carmilla –, adesso per favore dormite se volete basta che non diciate più un’altra parola». La ragazza si rannicchiò con l’unico desiderio di riposare: non era stanca, ma sentiva la necessità – insolita per la sua natura – di addormentarsi e di svegliarsi a Praga, nella sede dello Zaide.
«Strano che un vampiro voglia dormire, non è un comportamento tipico della vostra razza – osservò Kubec –, ti sei anche acciambellata come un gatto». Carmilla si limitò a soffiare: non sentiva né sonno, né fame, ma un vuoto allo stomaco e un’inquietudine che conosceva bene. Quanto avrebbe resistito senza uccidere? Sarebbe stato difficile proteggere Kubec, soprattutto proteggerlo da se stessa.
Passò immediatamente dalla veglia al sonno e sognò di trovarsi nella stanza di Laura. S’infilava nel suo letto, cercandola sotto le lenzuola e trovando al suo posto una creatura coperta di peli folti e ispidi: aveva il muso di un lupo tutto imbrattato di sangue. La bestia la fissava con occhi umidi. Matska osservava la scena seduta al capezzale del letto: la sua tutrice le diceva qualcosa, ma Carmilla non riusciva a sentire le sue parole.
Si risvegliò di soprassalto cercando Kubec, ma il ragazzo non era lì con lei. Lo vide giù, in strada. Stava parlando con qualcuno che si teneva ben nascosto sotto un portico: un altro vampiro, Carmilla non aveva dubbi. Kubec si accarezzava la nuca, sorrideva, era in imbarazzo; il suo interlocutore gli fece cenno di avvicinarsi. Si abbracciarono nell’ombra del portico, poi si baciarono.
«Piccolo intrigante, quindi un vampiro vale l’altro per proteggervi». Commentò Carmilla sorridendo: «Volete giocare con me? Vi accontenterò volentieri».

Andrea Cattaneo

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Cronologia interattiva de Il corpo di Carmilla
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