«Allora Waterloo l’ho combattuta per niente?»

Ignobile plebaglia,
il mio nome è Sir Arthur Wellesley, duca di Wellington: non so se mi spiego. La Storia mi ricorda come l’uomo che, per ben due volte, ha sconfitto l’arroganza di Napoleone sul campo di battaglia: la prima volta in Spagna, la seconda a Waterloo. Chi mi conosceva bene potrà obiettare che di me si ricordavano piuttosto le grandi perdite al gioco d’azzardo, le bevute o le signorine dai facili costumi che amavo frequentare, ma non importa. Io sono e sarò sempre colui che ha messo in ginocchio quel piccolo, arrogante e maledetto corso.
Ora, dato che mi è proibito rivelarvi il nome del luogo dal quale vi scrivo (non temete, prima o poi lo scoprirete di persona…), non ve lo rivelerò, però posso concedermi una libertà: biasimarvi. Tralasciamo il fatto che il canovaccio di questa storia inficia completamente quanto ho fatto a Waterloo e cioè – scusate se mi ripeto – sconfiggere Napoleone. Non solo Bonaparte è tornato in vita, non solo regna di nuovo sui francesi è pure tornato a spadroneggiare sul Continente: inconcepibile! Ma pazienza, non è questo che mi disturba di più. Di me, in tutta questa costruzione narrativa, non c’è traccia: è tollerabile? No, dico io. Fino ad ora (sì, dove sono ho accesso a quella diavoleria meccanica che voi chiamate Internet) non ho letto neppure un accenno, non dico alla mia persona (che, peraltro, moltissime donne reputavo degna di interesse), ma perlomeno alla mia gloriosa carriera militare. Leggo che, in questa finzione letteraria, Bonaparte è tornato alla testa di un esercito di mostri: e dov’è la novità? Napoleone è sempre stato alla testa di un esercito di mostri (voi come li giudicate dei rivoluzionari anti-monarchici che prima decapitano il proprio re e poi eleggono un imperatore?) e non crediate che sia così invincibile come pretende di essere. Sì, ha un nome altisonante e noto glielo concedo, ma vi garantisco che sul campo di battaglia è uno stratega come tanti e – mostri o non mostri – lo si può battere. Ricordo ancora le storie che circolavano sui suoi veterani: si diceva, mangiassero piombo e bevessero fuoco. I suoi ussari poi li avevano talmente mitizzati che sembravano sbucare coi loro cavalli indiavolati direttamente dall’inferno.
Tutte fandonie. Schierate contro la sua grande accozzaglia di anti-monarchici un esercito ben guidato, ben addestrato e disciplinato – meglio se inglese – e vedrete quali saranno i risultati. Ancora adesso ricordo le facce dei suoi veterani a Waterloo, la sua vecchia guardia, quando si sono resi conto che non sarebbero mai riusciti a sfondare le linee britanniche. Poi sono arrivati i prussiani e devo ammettere che ci hanno dato una buona mano, ma questo intervento è stato molto sopravvalutato dagli storici.
Comunque, tornando al vostro racconto. Se è imbarazzante per me posso solo immaginare quanto lo sia per voi autori di questo feuilleton l’avermi escluso dalla storia principale. Dovreste riflettere di più e pesare meglio l’importanza dei personaggi a vostra disposizione (tra cui, ovviamente, devo esserci anche io). Riguardo al titolo di questa storia – Il corpo di Carmilla – mi piace persino da sobrio, quindi suppongo che per dei letterati sia un abominio. Vi invito a proseguire con maggiore acume il vostro lavoro.
Rispettosamente vostro,

Sir Arthur Wellesley, duca di Wellington

7 agosto 2010

Scritto da admin

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